Tutti nel recinto


Si continua  a ragionare sempre dentro lo stesso recinto. Chi è fuori, nella migliore delle ipotesi è un utopista, nella peggiore un sovversivo. A me piace essere al contempo tutte due le cose. Credo infatti nella sovversione per giusta causa e nell’utopia come strada per il  giusto possibile. Non si può parlare di cambiamento e spacciare per cambiamento ciò che comunque resta nel confine del recinto di questa società del mercato, della proprietà e dello sfruttamento. Si ragiona ancora in termini di ricchi e poveri, di primi e ultimi e di aiuti ai poveri e agli ultimi (ammesso che lo meritino!). Non ho sentito nessun filosofo di grido e nessun politico sulla scena pubblica mettere in discussione quel recinto, ma solo proporne un ampliamento, una mitigazione, un affievolimento.  Il capitalismo può essere anche buono? Non è nella sua natura. Che si mostri liberale e inclusivo non basta assolutamente. Che sia di Stato o del mercato non fa alcune differenza. Il capitalismo un po’ di Stato e un po’ di mercato ha lanciato le peggiori multinazionali della storia. Peggio ancora quando si spinge spudoratamente verso le derive neoliberiste e illiberali di tante parti del mondo. Dentro quel recinto si  discute di educazione, di lavoro, di salute, di casa, di ecologia, di impresa, di salario, di comunicazione, di sicurezza. Ed è così che tutto è viziato dal peccato originale di una società votata al profitto prima che ad altro. Tutto va bene purché ci sia la crescita. Crescita di chi? A discapito  di chi e di che cosa? Lo sappiamo bene. Oggi il presunto talento, la fortuna (il caso), l’appartenere per nascita ad un ceto sociale piuttosto che ad un altro, la dose di pelo sullo stomaco per rubare, truffare e prevaricare anche “legalmente”, fanno la differenza tra il ricco e il povero. La meritocrazia è un’ invenzione  ad uso del potere politico ed economico per formare e controllare le sue élites e i suoi gregari. Tanto è vero che si sono costruiti anche gli strumenti ad hoc per misurare i meriti: dalle rilevazioni OCSE per la formazione, alle forme di selezione e reclutamento, alla valutazione dell’istruzione e del lavoro. Ma tutti, a destra, sinistra, in alto e in basso continuano a riempirsi la bocca di giaculatorie incentrate su  merito, talento, produttività, impresa, competitività…applicati in ogni campo della vita umana. Perfino la cooperazione che doveva essere la summa della negazione di certi valori mercantili è diventata una vera e propria attività imprenditoriale sotto mentite spoglie. Il recinto è anche mobile nell’aprire e  chiudere per fagocitare tutti, anche quelli che credono di essere dei rivoluzionari.  Le storie umane dentro questo recinto sono tante. Tempo fa ne avevo raccontata una a mo’ di fiaba di ambientazione “italica”  che vi ripropongo per la terza volta, rimodulata e aggiornata, perchè ancora valida non essendo cambiato nulla sotto il sole se non in peggio.

Burattino magico di Praga

“C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie. Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e procurando bottino, che il centurione Procolo propose per lui un premio oltre al soldo usuale. Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere. Accrebbe i  beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che del suo. Vendeva i  prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare. Non aveva alcun merito e non possedeva alcuna competenza se non quelle di spadroneggiare, sfruttare e usare prepotenza e furbizia. Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi, armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche e i nostri eroi invece di impoverirsi, attraverso patti scellerati, assassinii e ruberie, mestieri abilmente tramandati, diventarono signori del loro territorio con tanto di foresta, castello e tanti contadini sottoposti.
Estesero i  possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, facendo pagare a schiavi e coloni le gabelle a loro stessi e all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro.Divennero anche nobili per i meriti acquisiti. Nel frattempo avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro consolidati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi, anche se la schiavitù vera e propria stava pian piano scomparendo per lasciare il campo ad altre schiavitù più edulcorate.
La famiglia crebbe e  riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività, per così dire, speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli (a volte…) di tanto ben di dio ma sempre più ricchi, alla fine dell’ ‘800, ebbero  l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba si trasformarono così in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro occorreva mantenere fissi  i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Passarono dal saluto romano al baciapile, dal pugno chiuso a metà alla finta rivoluzione del ceto medio e si mantennero sempre sulla cresta dell’onda. Ne discesero altri sfruttatori di opifici, mercanti sanguisughe e parassiti viventi di rendita. La  famiglia intraprese  una parallela attività nella speculazione edilizia e cominciò a darsi alle finanze e alla borsa moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel libero mercato che consideravano pubblicamente e ipocritamente un “male necessario”.  La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati e formati all’estero e altri entrati con successo in politica o nell’editoria, con buoni, occulti agganci borderline nel cosiddetto mondo di mezzo,  per garantirsi su tutti i fronti, anche dentro quelle forze che contrabbandano il cambiamento”

 

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Il pifferaio di Hamelin

 

Questa è, in una favola nostrana, una metafora  del libero mercato e del capitalismo oltre che della sopraffazione e del “merito” che resiste anche oggi pure nelle  forme che gli eufemismi chiamano illuminate, e che io amo chiamare invece più ipocrite e vili. Comunque, c’è ancora chi crede o finge di credere che sia una divinità a decidere chi sarà ricco o povero, con buona pace del povero che tutti, anche i più caritatevoli e “rivoluzionari”, tendono a voler mantenere tale e che può aspirare solo alla carità e all’elemosina, ad una lotteria o all’ascensore sociale che viaggia anch’esso con i motori della furbizia, del falso mito del merito e della palese prevaricazione. Dentro questo recinto, rigorosamente dentro, oggi (come ieri e l’altro ieri in diverse forme) ci sono il reddito di cittadinanza, quello di inclusione, Telethon e le collette televisive “mimettolanimainpace”, le pensioni di cittadinanza, i compiti casa, la buona scuola e l’alternanza scuola-lavoro, la polizia nelle scuole, la ruspa anti migranti, senzatetto e gitani, il crocefisso, il presepe nelle aule, il “prima gli italiani”, il taglio ai contributi all’editoria libera, la  famiglia “cristiana”, la sicurezza- sicurezza, l’anticorruzione con juicio, il ponte di Genova, l’Alitalia, l’Ilva di Taranto, la Tap e la Tav, l’ecologia e la solidarietà ad usum delphini, la prescrizione dei reati,  no-vax, flat-tax…..

Per cambiare ci vorrebbe veramente poco e il germe credo si diffonderebbe presto in ogni parte del mondo. I primi forti provvedimenti sarebbero impopolari solo per non più del 10% della popolazione in qualsiasi paese:  ridurre progressivamente l’accumulato con forti tasse patrimoniali permanenti; calmierare i redditi con tassazioni d’equilibrio; fissare per il futuro limiti di reddito in basso e in alto per mantenere un gap che non superi le cinque volte; eliminare gradualmente il lavoro salariato con forme di cooperazione autentica e di autogestione sociale;  promuovere e divulgare l’educazione permanente e diffusa che dovrebbe essere alla base di ogni cambiamento stabile;  sottrarre progressivamente la salute, l’alimentazione, la casa, l’educazione e tutti i servizi di pubblica utilità allo sfruttamento ed alla speculazione, perchè siano libere e gratis per tutti.Questo solo per cominciare.  Tanto altro ancora si potrebbe fare senza sforzo, semplicemente smontando pezzo dopo pezzo il recinto del capitalismo, allo scopo di  includere tutti nelle pari opportunità, in una accezione mai ancora verificatasi nel mondo, se non in rarissime eccezioni, di libertà, eguaglianza e, per dirla con un termine non discriminatorio, adelfità.

Giuseppe Campagnoli

23 Gennaio 2019

Immagine in evidenza tratta da un dipinto di Alberto Spadolini (cortesemente da Atelier Spadolini)

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