Dall’aula all’ambiente d’apprendimento?


Ho finito proprio ora di leggere, molto in diagonale, come sosteneva Manfredo Tafuri che dovessero essere letti dopo le prime pagine alcuni libri, il saggio “Dall’aula all’ambiente di apprendimento” a cura di Giovanni Biondi, Samuele Bozzi, Leonardo Tosi. Il saggio a più mani è targato INDIRE, il governativo Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa di cui conosco vita morte e miracoli  per avervi avuto contatti diretti o indiretti  in alcune occasioni quando dirigevo l’Ufficio Studi di una Direzione Scolastica Regionale occupandomi di formazione del personale e anche di edilizia scolastica tra il 2001 e io 2007. Il libro è solo e sostanzialmente una storia della ricerca negli ambiti dell’edilizia scolastica e degli spazi della pedagogia. Una storia appunto e nient’altro. Perché sono ormai storia anche le idee e le proposte che espongono teorie sulla trasformazione degli edifici scolastici in ecologici, flessibili, aperti, tecnologicamente avanzati e “connessi”. Sono storia perché l’innovazione non può non passare per una rivoluzione sottile del dove e del come si insegna e si apprende. Una rivoluzione dunque e non continui  imbellettamenti ed edulcorazioni dell’esistente che da aula si fa spazio multitasking, da corridoio si fa tessuto connettivo, da banco si fa arredo polifunzionale, da scuola diventa quasi un centro commerciale o un enorme living room.  L’evoluzione degli spazi educativi, nessuno l’ha detto nel libro, deve tener conto delle esigenze di affrancamento della scuola dal mercato e dalla visione economicistica della vita e della cultura e deve spingersi piano piano ma inesorabilmente fuori dagli obsoleti edifici scolastici, verso la città e i suoi luoghi. Non è il caso di entrare nel dettaglio dei vari capitoli scritti dai noti o meno noti Berlinguer, Zini, Biondi, Mosa, Tosi, Cannella, Rapallini, Giorgi, Meda, Borri, Bianchini, Canazza e Moscato, sicuramente meritevoli per lo sforzo di ricerca di dati e di riferimenti, di considerazioni e riflessioni sull’esistente e sulla storia  ma assolutamente del tutto disattenti a quello che si sta muovendo in autonomia e libertà ma con rigore e onestà intellettuale, dal basso, nel territorio e nelle città, tra i soggetti  e i luoghi che si vorrebbero al centro dell’educazione talvolta in modo assolutamente demagogico e paternalistico.

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“Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali…”  Questo è l’incipit dell’unico passo, citato da Giovanni Papini, in cui mi sono ritrovato a pieno in tutto il testo del saggio. Non ho potuto invece, ahimè, trovare neppure un cenno a proposte innovative del tipo di quelle esposte ne “La città educante. Manifesto della educazione diffusa. Come oltrepassare  la scuola” dove insieme al mio amico di penna Paolo Mottana, filosofo dell’educazione abbiamo raccontato qualche idea, non propriamente utopica, da proporre alle genti di buona volontà. Anche altri scrivono, ricercano e si danno da fare per una prospettiva nuova dell’educazione in una città piena di luoghi adatti ad insegnare ed apprendere che non siano funzionalizzati a sé stessi ed al mercato e pensati alla fine come reclusori seppure resi confortevoli, moderni ed esteticamente gradevoli. Buone vacanze a tutti!

 

 

 

Giuseppe Campagnoli 4 Luglio 2017

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Gravina ha detto:

    Ero curioso di conoscere il contenuto di questo libro ma annusavo già un certo odore stantio….. Adesso ho avuto la conferma di ciò che temevo. Grazie.
    Come moltissimi altri, anche loro cavalcano l’onda alla ricerca di visibilità, proponendo scuole aperte, classi capovolte, nuove pedagogie…. Tentativi per evitare che il barcone della Scuola affondi ma tenendo le radici ben ancorate al passato. Banchi, verifiche, sussidiari, noia, esclusione dai processi decisionali, luoghi inospitali, immobilità del corpo, esclusione dai luoghi vitali, ricatto del voto…
    È triste vedere come tante scuole e tante realtà che si propongono come innovative in realtà non offrono nulla di veramente utile per sostenere la passione e la curiosità delle bambine, dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi. È tutto marketing. Che tristezza.

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    1. ReseArt ha detto:

      Non ho avuto bisogno di leggere il testo parola per parola perché man mano che andavo avanti, capitolo per capitolo, sapevo dove sarebbe andato a parare. Il corredo fotografico poi, per me architetto del futuro nonostante l’età anagrafica, è esemplare. Spero che il nostro lavoro serva a far capire che bisogna percorrere altre strade. Fortuna che molte scuole militanti al di là della gerarchia burocratica e pedagogica si stanno orientando verso esperimenti e connessioni virtuose. Il guaio è che purtroppo anche il sedicente “nuovo che avanza” parlamentare propone solo programmi meno distruttivi delle “buone e belle scuole” ma sempre in un recinto liberista e mercantile mentre propone di costruire nuove scuole e dare solo più soldi sostanzialmente ad un medesimo sistema educativo.Per ora mi sento di confidare solo negli splendidi volontari che sperimentano ovunque.

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