Le buone scuole del futuro.


Ho fatto le pulci a suo tempo alle riforme Moratti e Gelmini tese a restaurare una scuola di classe ed introdurne una aziendale con le famigerate tre “i” di inglese, informatica e impresa. L’impresa e cioè il mercato, l’informatica e cioè la rete inebetente e, dulcis in fundo, l’inglese, la rozza (non me ne voglia il sopravvalutato Shakespeare, o chi per lui) lingua del colonialismo e del globalismo.  Ho fatto le pulci a più riprese alle belle e buone scuole renziane che non hanno fatto altro che conservare il peggio delle precedenti riforme connotando la nuova proposta di assetto della scuola italiana di  quel liberalismo di mezza marca anglosassone   e teutonica spinto da slogans meritocratici e tecnocratici.

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Dopo aver  sviscerato le idee del centro destra e del centro sinistra, del centro e della destra, secondo le categorie della politica tradizionale ho letto il programma sull’ educazione e sulla scuola del Movimento 5 Stelle, il nuovo che avanza (avanza nel senso di andare avanti o nel senso di “avanzi”?), il terzo incomodo per gli italiani, il terzo litigante sulla scena politica. L’educazione e l’istruzione dovrebbero essere la base di ogni nazione civile, prima ancora della sanità, dell’economia, dell’ambiente e di altro ancora, perchè è proprio da lì che dovrebbe venire la coscienza della comunità ed il sapere sano  per tutto il resto delle cose da curare. Ma così non mi pare sia nemmeno per il coacervo di cittadini che si pongono come fautori della rivoluzione risolutrice di tutti gli italici endemici problemi.

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Il testo è recentissimo (Maggio 2017) e, a ben leggere, nei suoi capisaldi si trova un misto di ovvietà e conservazione:

  • aumentare gli investimenti,
  • interdisciplinarietà e compresenze,
  • ripristino di vecchi insegnamenti e inserimento di nuovi (sempre materie e discipline?)
  • Nuove “educazioni” da aggiungere quelle famigerate del periodo democristiano?
  • Valorizzazione del personale docente,
  • “Priorità” alle scuole statali (le private-soprattutto infanzia e materne- quindi resterebbero finanziate in seconda battuta?):

“Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia.”

  • Combattere i diplomifici,
  • No alla scuola-azienda e al preside manager,
  • Abolizione o revisione profonda dei test INVALSI (revisione?)
  • Alternanza scuola lavoro facoltativa presso aziende virtuose (?)
  • La scuola si apre all’esterno ma sempre scuola sarà:

“La scuola deve aprirsi maggiormente all’esterno: si può fare scuola anche nelle biblioteche, nei parchi, nei luoghi culturali, nelle università, all’interno di mostre, officine, botteghe di artigiani. Si può fare scuola risolvendo problemi reali della comunità in cui si vive: l’esperienza diretta della realtà è una delle chiavi più importanti per realizzare un apprendimento significativo.
Gli studenti devono diventare i veri protagonisti del processo di apprendimento.
Sarà quindi importante investire sull’ammodernamento delle scuole e sulla realizzazione di ambienti innovativi che consentano interventi educativi all’avanguardia. Sarà imprescindibile adeguare gli spazi alle esigenze di una didattica sempre più interconnessa con il mondo digitale e con le nuove tecnologie che consentono interattività e protagonismo degli alunni. Gli studenti potranno costruire da sé le conoscenze, anche attraverso la produzione e l’utilizzo di supporti didattici e libri digitali che potranno essere condivisi con alunni di altre scuole, scaricati e stampati gratuitamente da internet.”  Ma dove ho sentito queste frasi? Sembrano considerazioni lapalissiane in mezzo a proposte decisamente retro.  Aumentare le gite scolastiche e le visite ai musei? L’edilizia scolastica e i reclusori restano? Saranno solo ammodernate le terribili scuole esistenti? Preparare meglio gli insegnanti?  Asservimento al mondo digitale che è la nuova, terribile faccia del perfido mercato con un sostanziale mantenimento delle tre “I” di morattiana memoria?

Secondo me occorre invece ripartire con coraggio e accettare i rischi di sperimentare nuovi scenari per trasformare l’esistente educativo in un’altra cosa, tutta un’altra cosa. Occorre avviare un processo di controeducazione in altri luoghi, tanti altri luoghi variegati e diffusi che non siano le carceri della cosiddetta edilizia scolastica. Occorre cominciare a disegnare la Città educante. Questa città ahimè non è mai stata nemmeno nei sogni della politica italiana di chi ci ha governato nell’ultimo secolo e nemmeno di chi si dice pronto a farlo per cambiare le cose. Il modello è sempre quello ottocentesco rivisitato da Gentile,  dalla DC  e dal radicalismo chicchettoso, sempre con forti iniezioni di psicopedagogia e didattismo d’oltreoceano. Noi insistiamo sulla nostra strada che a mio avviso per ora coincide  con alcune esperienze e con le prove di innovazione e rivoluzione sottile che si stanno diffondendo in autonomia e  dal basso e che appaiono in linea con la nostra idea di non-scuola.

 

Un altro programma sulla scuola: http://www.asterios.it/catalogo/la-citta-educante

PREVIEW LA CITTA’ EDUCANTE Pag.3-33

 

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