Viva l’architettura!


Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e i financial buildings rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura  di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente  alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale.

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E’ finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma  solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionanti.

La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è quello di trasformare e riadattare continuamente.  E’ infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, magari in autocostruzione, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…) La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne  costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. E’ questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma provvisoria, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia.

In “Questione di stile” avevo già tracciato qualche linea di ultraarchitettura.

“Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinchè non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione  di un mestiere un tempo nobile ridotto ormai, in Italia, più che nel resto del mondo, ad un venale mercato dove l’arte e la cultura hanno un ruolo spesso subalterno quando non assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella committenza oltre che nella politica e nella professione. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola!

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata “Juste assez de…” edizioni Dunod intitolato “Juste assez d’architecture pour briller en société” di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i 50 grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright….gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana  e del paesaggio. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, ad un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive,quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poicè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non meriti uno stile o degli stili è un vero peccato o che, meglio, non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini.

A dire la verità oggi dei para-stili si possono individuare nel mercato e possono essere così classificati:

Quelli dei geometri

Quelli degli ingegneri

Quelli dei giovani e anziani architetti epigoni di grandi o solo famosi maestri della storia o della contemporaneità

Quelli delle archistars che una volta realizzato un bestseller spinto da media e riviste specializzate e non,  si ripetono all’infinito in tutto il mondo globalizzato accompagnati da fama, onori e soprattutto danaro.

Quelli dei pochi onesti che ancora tentano di costruire uno stile ma vengono pervicacemente tenuti lontani sia dal mercato di moda che dalla fama e dal danaro.

C’è poi, quanto agli architetti, un altro aspetto non trascurabile in Italia ma vedo anche nel mondo: la mediocre formazione storico artistica, l’interesse per una tecnologia  sopravvalutata e per il pernicioso luogo comune dell’ecologico e del sostenibile che rende molto spesso le forme meccaniche e anestetiche in tribute all’ormai omnipresente ed abusato “green”. Basterebbbe tornare semplicemente al concetto di uso dei materiali della tradizione costruttiva abbinandoli a quelli dell’innovazione rigorosamente considerati come compatibili. L’idea di riciclare manufatti, oggetti e pezzi altrimenti da discarica è quella giusta. Del resto è stata utilizzata nelle architetture di tutti i secoli che spesso erano il risultato di sagge stratificazioni di stili, di sistemi costruttivi e anche di materiali. Quando invece dell’idea di architettura è il mercato che guida avviene il disastro che appare oggi sotto gli occhi di tutti. La gara a produrre le forme pù strane, a dare un segno strabiliante di sé, alla copia del vip dell’architettura di turno, la corsa all’eco a tutti i costi, alle, spero effimere, mode dell’autocostruzione individuale e collettiva ai progetti degli edifici di verzure, degli auditorium mirabolanti e dei musei-circo pare non siano che all’inizio. Ma non è troppo tardi per fermarsi e ricominciare onestamente a fare architettura. Quella vera. Innanzitutto dalla formazione degli architetti ammesso e non concesso che ve ne debbano essere ancora, dalla liberazione dalle troppe figure che progettano, soprattutto in Italia.

Quanto al destino degli edifici, cominciamo da quelli dell’educazione come provocazione ed esempio per tutti gli altri.

 

“Dalle mie premesse urbanistiche discende la libertà degli spazi per insegnare ed apprendere avendo la complicità della città, della natura, della cultura. Via la funzione e via la specializzazione. Avanti la ricerca, la curiosità  e la scoperta che sono il sale della conoscenza. Nella mia vita ho appreso di più muovendomi e viaggiando (anche in rete) piuttosto che costretto in un luogo per troppo tempo. L’idea è una evoluzione del campus scolastico in una accezione urbana e territoriale. Progettare una scuola a dimensione di studente e di cittadino è progettare la città e le sue parti in modo coerente e omnicomprensivo. Ogni angolo della città e della campagna può essere un’aula. Ci si ritrova nella piazza principale della scuola e da lì si parte con il proprio insegnante e la propria guida per il viaggio dell’apprendere: dentro o fuori, lontano o vicino. L’investimento si sposta dalla staticità alla mobilità. La flessibilità non è spostare una parete ma iniziare a viaggiare. Non sarebbe tanto difficile una  realizzazione concreta di questa idea.

Gli scuolabus elettrici o a metano che si vedono sempre più spesso trasportare scolaresche in gita, in palestra, in piscina possono essere le navette ecologiche integrate con una metro leggera di superficie e con una rete di percorsi pedonali e ciclabili nella città dell’educazione. Gli spazi si dilatano fisicamente ma anche virtualmente ed il pericoloso  tablet o smartphone alla portata di bimbo e adolescente può trasformarsi in prezioso strumento accessorio di conoscenza e ricerca.

 Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola diffusa nella città e nel territorio come per i musei?

Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte…I poteri che oggi definiscono anche urbanisticamente i luoghi dell’apprendere (per lo più locali) dovrebbero aggiornarsi e riflettere. Le amministrazioni responsabili, che si spera finalmente diventino una sola, la più prossima al territorio , non dovranno ragionare i termini di economia ma organizzare i loro servizi scolastici nel territorio in modo integrato, se necessario consorziandosi tra di loro nell’ affidare il disegno delle forme scolastiche a rigorose èquipes multidisciplinari  unica garanzia di successo architettonico e funzionale. La partecipazione dell’utenza alla progettazione, poi, per non essere solo demagogia dovrà essere indotta e non banalmente diretta o assembleare come spesso avviene: una partecipazione consapevole e competente che non prevarichi i compiti di chi per mestiere e specializzazione si occupi di concepire e costruire questi spazi, una partecipazione che si concretizzi in una specie di brainstorming di idee  da tradurre scientificamente e stilisticamente. E’ una follia rincorrere le dispendiose “messe a norma” di contenitori impossibili per la loro vetustà da rendere sicuri e irrimediabilmente inadatti ad una  funzione rapidamente mutevole.  Più saggio sarebbe investire sinergicamente a livello statale e locale nell’ambito degli indirizzi  di un serio piano nazionale di sostituzione del patrimonio edilizio scolastico esistente utilizzando anche le risorse dei  vecchi beni alienati, con tipologie architettoniche  innovative, stilisticamente adatte ai contesti  urbani, dove solo in casi eccezionali e di pregio si  ammetta di procedere al restauro e riuso di edifici con diversa destinazione.

Nella visione sopra descritta non avrebbe più senso parlare di specializzazione degli spazi e di compartimentazione. La gestione della rete di spazi scolastici diffusi nella città avrebbe un polo unico amministrativo e direzionale.  L’integrazione con la città e con gli altri servizi scolastici di ogni ordine e grado facilita la fruizione in rete di tutte le strutture sportive e ricreative della città senza doverne costruire ad hoc per ogni singola scuola. L’uso di pachi, giardini campus sportivi diviene un momento del tempo scuola diffuso  ed integrato nel territorio. I servizi, i materiali, la sicurezza, gli arredi sono quelli delle strutture didattiche che ospitano di volta in volta gli allievi in diversi luogi e tempi della città. Luoghi che in altri tempi possono avere funzioni diverse con utenti diversi ma che sono allestiti e configurati in modo da ospitare attività didattiche per bambini, studenti adolescenti, adulti ma anche attività culturali e ricreative per tutti i cittadini.”

Giuseppe Campagnoli 2010-2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marco Campagnoli ha detto:

    Ben detto e scritto. Condivido completamente specie in Italia con tutti quei bellissimi centri storici. Basta coi centri commerciali e le periferie orribili!

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