Appunti per il disegno della città educante.


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APPUNTI PER IL “DISEGNO DELLA CITTA’ EDUCANTE”

 Nel racconto del viaggio guidato dentro la città educante molti sono i luoghi da disegnare e da ridisegnare. Quasi la città nella sua interezza ed il suo intorno ambientale sono da riconcepire.

E’ tempo di mettere nero su bianco, nel senso del disegno anche solo raccontato e non necessariamente costruito come faceva Aldo Rossi. Ho preso i miei appunti e disegnato scene e luoghi nel viaggio breve con Paolo Mottana seguendo le nostre parole. Ho anche riletto in modo profondo ed attualizzato “La città giardino del domani” di Ebenezer Howard. Di due splendide utopie si può fare una realtà.  Per trasformare la città e la campagna in città educante occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. Il viaggio dell’ultimo capitolo del libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” fa intravvedere come potrebbe essere questa città del futuro che non separa più l’urbanitas dalla campagna ma nemmeno la scuola dalla città e dalla campagna, la vita intera da tutte le sue mirabili varianti.

 

Non sarebbe impossibile già da oggi partire da una piccola città e pianificarne lo sviluppo e la trasformazione virtuosa in città educante utilizzando in chiave moderna anche il modello della città giardino. Delle linee guida sulla evoluzione degli spazi e sul loro uso potrebbero avviare il processo anche dal basso. In un paese a fortissima vocazione agricola, turistica e culturale con un ambiente naturale particolare come l’Italia si dovrebbe in primis rinunciare una volta per tutte all’industria pesante e ad alto impatto ambientale che tanti danni ha provocato in termini sociali, economici ed ecologici con il falso mito del benessere e della crescita che si sono rivelati effimeri e catastrofici. Si sono fatti esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino alla “Città educante” poco e raramente di nuova architettura della città e dell’educazione per superare muri, aule e spazi chiusi e concentrati dell’apprendere. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di “school building” se non nelle forme variegate ed ipertecnologiche ed ecologiche di una edlizia scolastica d’avanguardia.

Non vi può essere a mio avviso nuova educazione ed una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tipologie dell’edilizia scolastica. La città nuova non distingue più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Essa cerca di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca… Come avevamo immaginato nel Manifesto della educazione diffusa si può già trasformare un città di medie dimensioni operando su di essa gradualmente e per parti. Vediamo come una città attuale potrebbe trasformarsi in una città giardino educante. Intanto occorre verificare la capacità di accoglienza a fini educativi dei luoghi urbani allo stato attuale secondo una gerarchia di caratteristiche culturali già insite in alcuni spazi e manufatti. Verifichiamo se il municipio, il teatro, la biblioteca, il museo, il centro culturale, il centro sociale, le strutture di associazioni ed enti pubblici e privati con finalità collettive possono accogliere gruppi di persone in formazione e quanti. Il sopralluogo nelle città candidate a fungere da avanguardie virtuose sarà realizzato da un gruppo di lavoro di esperti e di cittadini allo scopo di individuare le tracce di possibili portali, reti, luoghi per educare ed essere educati in mezzo agli spazi già esistenti di lavoro, di svago, di cultura, di contemplazione.

Seguendo il racconto finale del Manifesto della Educazione diffusa possiamo descrivere i particolari di questo nuovo intorno urbano. Insieme ai suggerimenti legati ad una discreta organizzazione e  ad una idea di gestione collettiva e coordinata degli sciami di giovani e adulti che si diffondono con le loro guide nella città e nel territorio, l’architettura costruisce un modello che viene indotto dal racconto della città e dalle sue aspettative per il futuro già scritte nella storia e nelle storie dei luoghi e degli spazi, dei manufatti vivi e ancora pronti ad accogliere e ad insegnare. Nell’antica battaglia per una nuova scuola anche dal punto di vista dei luoghi dell’apprendere non si poteva prescindere da una specie di rivoluzione logistica, organizzativa e di “organico”. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono. La marcia di avvicinamento ad un nuovo modello di scuola potrebbe integrare mirabilmente, in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, l’insieme dei progetti-scuola, dei tempi-scuola e dei luoghi-scuola sfruttando, in una fase transitoria, anche quel poco che offre anche attualmente l’organico potenziato.  Se si trasformassero, riducendoli anche di numero, gli edifici scolastici per un uso misto e flessibile (museo e scuola, biblioteca e scuola, terziario e scuola…) e si usassero gli spazi di cultura e non solo, pubblici e privati della città per “fare scuola”, persino bar, negozi e centri commerciali; se si abolissero le materie e si apprendesse per mappe concettuali, per argomenti e temi trasversali (gestiti dai docenti disponibili, competenti e possibilmente ri-formati), il quadro potrebbe cominciare a cambiare radicalmente e allora un organico sarebbe veramente “funzionale” e in un prossimo futuro se ne potrebbe anche fare a meno.

Gli attuali orari della settimana, del mese o del semestre, in una accezione di sperimentazione breve, prima della trasformazione vera e propria, potrebbero essere realmente flessibili e adattati a un canovaccio plurisettimanale di argomenti e tematiche multidisciplinari e interdisciplinari, progetti ed eventi, nel quadro di un sistema di rete territoriale, da sviluppare in diversi luoghi, utilizzando le nuove tecnologie con juicio, docenti esterni ed interni, oltre che tutors negli ambiti di apprendimento, che potranno essere anche un laboratorio artigiano, una fabbrica, un ufficio pubblico, un museo, un laboratorio, una mostra. L’insieme pernicioso di cui si dovrà fare a meno sono gli edifici scolastici, le classi, le materie e le discipline, i programmi e gli orari scolastici. L’insieme virtuoso sarà composto invece dai luoghi educativi della città, dalla libertà e flessibilità dell’apprendere in modo trasversale e anche occasionale attraverso i mentori, gli esperti e gli spazi di per sé maestri di cultura e di vita. I talenti e le vocazioni potranno finalmente emergere al di là delle competizioni e delle classificazioni e il cosiddetto saper fare deriverà da multi esperienze e dalla soddisfazione spontanea delle curiosità e delle necessità insite o evocate nei bambini, nei giovani, negli adulti, spesso tarpate da una scuola e da una società dirigista e preordinata nei contenuti, nei tempi e nei luoghi. Vi sono numerosi esempi e proposte nella direzione dell’innovazione in campo educativo e del disegno delle città. Purtroppo moltissime si muovono pervicacemente nel recinto economico del libero mercato e per questo non saranno mai veramente innovative. Mi sono stati suggeriti articoli, saggi e testi sull’argomento che ahimè, dopo le prime pagine, ho dovuto completare con una rapida lettura in diagonale per aver capito che il quadro di riferimento in cui si muovevano non era affatto rivoluzionario ma pieno di déjà vu e, in sostanza, solo palliativo rispetto all’esistente e forse, a volte, suggerito, forsanche subliminalmente,  come ipocrita salvataggio di una economia del capitale in fase critica. Restavano infatti ipotesi educative meritocratiche e classificatorie, orari e programmi, aule e spazi scolastici, zonizzazioni urbane, solamente “più moderne”. Il nostro disegno è invece teso a ribaltare l’attuale concetto di scuola, di educazione e di architettura per l’educazione. Tempi, luoghi e forme dell’educare non sono indifferenti alla libertà. Non quella del mercato, quella degli uomini.

Un’utopia? Non tanto e non proprio.

Ma ora  immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante in una vera realtà urbana. Magari in uno scenario economico e sociale profondamente mutato.

Il gruppo di studio minimo: un architetto, un educatore, un amministratore, un esperto di organizzazione scolastica, un insegnante, genitori. Tutti con la voglia di abbandonare le loro accademiche certezze e le loro professioni codificate sulla via impervia dell’immaginazione e della scoperta. Queste le tappe:

  • La ricerca e il repertorio di buone pratiche dal mondo.
  • La scelta della città campione: tra i 25 mila e i 30 mila abitanti dotata di buone infrastrutture di mobilità e di buoni poli culturali.
  • La rete e i luoghi: musei, biblioteche, botteghe, ateliers, teatri…
  • Il disegno urbano e il disegno del tempo e del modo: ridisegnare la città e i suoi tempi integrando educazione, lavoro, tempo libero.
  • La prova generale: una settimana di scuola diffusa nella città campione tra il 2018 e il 2019. Si può fare!
  • Il disegno di un modello di riferimento flessibile. Un suggerimento più che un progetto.

 

Giuseppe Campagnoli 19  Giugno 2017

 

Questa forse è la città ideale?

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