Salomè. L’amour impossible (2)


di Giuseppe Campagnoli

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L’altra vita (seconda parte)

Racconto breve di giuseppe campagnoli.

M.

-Venezia Santa Lucia! Stazione di Venezia Santa Lucia! – Dopo ore di viaggio e una notte tranquilla nell’aura di un sogno ancora aperto, G. arriva alla sua prima destinazione. Ripensa per un attimo alle immagini del giorno prima come un sogno nel sogno mentre raccoglie i suoi bagagli e con un po’ di affanno scende dal suo vagone sulla banchina di una stazione stranamente deserta. Il suo treno per la meta finale è già pronto al binario, ma c’è tempo per un caffè, il primo dopo quello dello strano bar di ieri. La mente non può fare a meno di tornare ancora indietro nel tempo ad episodi apparentemente casuali e sorprendentemente curiosi.

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Tutto il giorno a studiare per l’esame di maturità…l’esame della vita in quell’ ultimo scorcio del 1968 già carico di trambusti. Quell’ esame che ti doveva dare la…maturità e che poteva liberarti dal tuo amato-odiato paesello! Tutte le materie e un esercito di esaminatori: uno studio matto e disperato! Più matto che disperato! Poi, la sera, o meglio, la notte una puntata al mare. Con la cinquecento nuova di Francesco detto “che omo” per il suo esibito machismo e il suo balbettare simpatico, comunque più amico di tanti altri! Laggiù sempre la speranza per G. di un incontro, anche solo di un incrocio di sguardi e un saluto. A volte avveniva a volte no. A volte c’era un terzo incomodo più grande e per questo più interessante e incompetibile. Le immagini passano nella mente rapide ma sempre più nitide e sembrano fissarsi sul vetro del finestrino del treno di nuovo in partenza mentre un paesaggio indifferente scorre dietro veloce. Quell’estate particolare, intensa e cruciale torna a raccontarsi dopo tanto tempo per riaccendere una nostalgia sopita solo dalle cure del tempo ma pronta a svegliarsi in ogni momento. Ecco perché quel ricordo!

Quell’estate segnò l’ultimo vero pensiero per chi rappresentava nella sua persona quei tempi e quella vita ma anche una speranza d’amore mentre preannunciava diversi alternati destini.

-Debbo vedermi alla stazione. -Ora la chiamo per dirle l’ora di arrivo-Pensò all’improvviso G. che, giunto alla sua seconda destinazione si ricordò di dover incontrare sua figlia. Ormai l’avventura onirica sembrava conclusa con quel viaggio che aveva un retrogusto agrodolce ma pure qualche senso di colpa davvero infondato.

Restava quell’atmosfera tra sogno e reale che aveva permeato tutta questa storia e che continuerà a resistere come vedremo per molto ancora, almeno fino a quando e semmai di questo racconto si potrà vedere la fine. La città si mostra come G. la trasfigura: una vecchia signora un po’ retro che convive con una gioventù d’altri tempi e con paesaggi urbani di un passato nobile e austero. E’ come averla vissuta in un’altra esistenza. Non si stupirebbe di incontrare proprio qui i suoi benevoli fantasmi e le sue misteriose figure d’un tempo,quelle che pare lo stiano rincorrendo da un po’ senza spiegazione. L’aria è mirabilmente la stessa del suo paese e di quella amata mirabile città appena lasciata la notte prima. Non ci aveva mai pensato fino a questo strano viaggio.

N.

Quel misto di insoddisfazione, di torpore e di malinconia che lo pervadeva aumentava col passare del tempo e lo rendeva a tratti assente a tratti aggressivo e scostante anche con i suoi familiari. L’incontro con Flavia fu breve e solo tecnico. Lasciò del danaro e dei documenti, andarono a cena sulle rive parlando poco e si salutarono abbracciandosi. Il giorno dopo G. è di nuovo in attesa ad una stazione, per tornare definitivamente a casa dove l’attende una donna che non ha mai compreso i suoi tormenti e le sue dolci malinconie ma che è stata per lui, incompreso, l’ ultima vera musa. Un viaggio inutile pensò al culmine della insoddisfazione. Un segno di demenza senile fu il secondo immediato pensiero che si concluse con una frase nella mente: -Ma che illusione!- La malinconia del primo viaggio si sta trasformando in un deprimente languore. Il suo rammarico è di non aver potuto realizzare quell’incontro risolutore di tante nostalgie, quel rendez-vous che avrebbe messo la parola fine in un modo o nell’altro a quella storia riapparsa inverosimile e tormentosa o avrebbe scoperto quelle affinità elettive che si percepivano da sempre. Quella persona sembrava reale solo negli scritti e nelle immagini eteree della rete, sempre troppo giovani per il tempo che era trascorso quasi come in un diabolico patto di eterna giovinezza.

O.

La mente sembra rassegnarsi all’idea di lasciar perdere questa ricerca ossessionante e ritornare alle cure oziose e quotidiane e quegli scampoli di attività e di impegni che la sua età e i suoi malanni gli hanno lasciato. Continuerà a coltivare le sue arti da appassionato dilettante, a scrivere da velleitario, a sognare uno scorcio di vita veramente entusiasmante da estremista dell’illusione. Il suo motto d’altra parte era sempre stato spes ultima dea. Ma questa dea sembra proprio essere in partenza per il suo Olimpo senza ritorno. Della sua ultima parte di vita non può certo dichiararsi insoddisfatto ma neppure appassionato: E’ per la sua vita parallela che ha sofferto e soffre ancora. Una vita inesistente ma incombente in una parte recondita della sua mente per lungo tempo inaccessibile anche a sé stesso. Questa città sembra agevolare i pensieri dolci e amari del viaggio di ritorno alla natura non matrigna ma non sempre materna.. La sera umida di mare e di gabbiani, la nebbia sottile a pelo d’acqua e le ombre distese sui muri grigi accompagnano il suo melanconico riflettere e i suoi passi senza meta nell’attesa. Non più la partenza, non più questa partenza.

P.

Il viaggio rincomincia solo ora da quel giorno di primavera nella sua città. E ricomincia davvero, senza esitazioni e rimpianti. La sera passa in una trattoria sul mare agitato e con l’assillo di presenze certe ma introvabili, di un incontro incerto e dagli esiti pericolosi. Dopo una notte non proprio tranquilla senza pensare affatto a Flavia lasciata in sospeso e con la mente ondivaga tra memorie confuse ribaltate prepotentemente nel presente, un caffè nello stesso luogo di Svevo e Joyce e Freud in una singolare affinità di sentimenti, un giornale e il vagare per la città in una attesa indefinita.

Q.

G. sta giocando con la sua vita. No,sta giocando con le sue due vite. Una ,entrambe o nessuna? Durante i suoi giri per il centro era come se fosse alla ricerca di un luogo, un indirizzo, una destinazione precisa Aveva rinviato di qualche ora il ritorno a casa per quella sua sensazione di doversi incontrare con qualcuno proprio lì in quella città strana e irreale. Ormai sono quasi 3 settimane che G. è in viaggio alla ricerca del suo tempo immaginato. I passi incontrollati lo conducono al molo. Il cielo diffonde una luce strana, quasi fosforescente. Si siede su una panchina che da sul mare a osservarne il moto lento e tranquillo a dispetto delle bore e del gelo invernale. Due ombre si avvicinano al parapetto che G sta osservando verso le onde. Riconosce con una strana calma nel cuore quella coppia improbabile che lo ha seguito nel suo viaggio verso est per un rendez-vous impossibile. Lei, lui e sé medesimo nello stesso luogo allo stesso tempo. Un’attimo e tre sguardi in un impulso. Cala una improvvisa foschia da quel cielo luminescente che copre tutto e tutti. Non una parola né un respiro. G. vede G. alienus da una seconda identica vita e lei che si fa ancora gioco di entrambi e li conduce altrove.

RSTUVZ.

E’ un’alba più limpida del solito sul molo. Qualche raggio di sole rompe i residui di foschia ma non il sonno di quell’uomo che siede sulla panchina umida. Non c’è nessun altro là sul molo. G. con le braccia strette al corpo e il capo reclinato tiene tra le mani serrate un foulard di seta nera con stampe di rose rosse e gialle . Sembrano sfuggite dolcemente entrambe le sue vite parallele ma le sue labbra sono atteggiate ad un sorriso e le sue rughe distese in un colorito vivo. Cosa sia accaduto in quella notte nessuno lo saprà mai. L’unico segno rimasto è la trasformazione dell’espressione di G che ansiosa e presa da cure imponderabili per una vita ora pare pervasa da una strana ma sicura serenità. Intanto alla stazione una coppia di giovani che sembrano anziani prende un treno verso Ovest mano nella mano e senza fretta.Sapremo poi che torneranno in quel quartiere del Quai Blainqui.

Finito di scrivere e di sognare non senza pathos il 28 Febbraio nell’anno non bisestile 2013. Giusto quattro anni fa.

Giuseppe Campagnoli

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