Costruire scuole.


Mi piace tornare ad un titolo di una mia lettera pubblicata sulla Stampa di Torino nel 2010, quando stavo timidamente ma dolcemente scivolando verso la scuola oltre le mura e la negazione dell’edilizia scolastica in direzione ostinata di una intera città educante. Mi piace perché è diventato più attuale parlare di edifici scolastici in tempi di crisi e di emergenze. All’epoca stigmatizzavo l’enfasi con cui venivano inaugurati i luoghi di “detenzione educativa” che rappresentavano anche il mondo dell’impresa o della politica con perfidi sponsors tesi soltanto a pubblicizzare  il loro partito o la loro azienda, quando non la loro famiglia di tendenziosi mecenati. Quando i media parlano di politica, di terremoto e di migrazioni non manca mai l’accenno al “bisogno di scuole”. Questi riferimenti però sono ancora convenzionali e  idealmente vecchi come se i bambini e i ragazzi che, in momenti terribili della loro vita, in Italia, in Asia come in Africa, tra guerre e catastrofi naturali e umanitarie anelassero al modello di scuola del mercato, ad essere chiusi tra quattro mura per ore ed ore magari ad apprendere ciò che non sarebbe utile a loro ed alla loro comunità ma al mondo dell’impresa e della finanza globale. In realtà è un terribile condizionamento che viene loro imposto, spesso subliminalmente, dalla società attuale senza distinzione di oriente e occidente, primo mondo o terzo mondo. Il bisogno di scuola che trapela dalle interviste, dagli appelli e dalle manifestazioni è in realtà, nel profondo, il bisogno di educazione e di conoscenza, il bisogno di crescere, di apprendere e di riuscire a saper fare ciò che sarà utile nella vita. Ma è anche un forte bisogno di comunità e di relazioni. Non è certo l’aspirazione a fare tutto questo in una organizzazione che controlla, classifica e valuta meriti e demeriti ad ogni piè sospinto per creare dei perfetti robottini già dall’infanzia battezzati in contumacia per il mercato globale. Non è certo la voglia di rimanere chiusi tra quattro mura, tra quattro pareti di adobe o di fango e paglia, tra quattro pannelli super tecnologici e supertrasparenti ma comunque separati dal mondo. Forse non c’è più alcun bisogno di costruire scuole, con buona pace di costruttori e  architetti rampanti, di Ong, stati e amministrazioni, mecenati e privati in cerca di gloria e di profitti mascherati da bontà e altruismo. Forse sarebbe utile ripensare radicalmente alla costruzione di una idea di scuola diversa, di scuola oltre la scuola, nei contenuti e nelle modalità di realizzarsi, nei luoghi e nei maestri. Occorre dire a quei bambini e anche a quei maestri e mentori che ci si può educare diversamente e reciprocamente in ogni luogo reso adatto a questo scopo senza edificare nuovi santuari o chiese dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli

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Progetto di un intero villaggio amazzonico in alternativa alle baracche di lamiera a Manapiare (Venezuela). Tipologie e materiali locali con inserti tecnologici ed ecologici. Giuseppe Campagnoli e Istituto d’Arte di Pesaro 1990

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La Controeducazione

La scuola diffusa

L’ultra architettura

The scattered school (La scuola diffusa oltre le aule)

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