Il popolo sovrano o il popolo bue?


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In questa ineffabile attesa di un evento elettorale sopravvalutato e sottovalutato da troppi mi sento solo  di riportare uno scritto, veramente fuori dai cori contrapposti ma egualmente sguaiati, che condivido pienamente e di cui non sto a citare la paternità perché vorrei lasciarlo al giudizio dei lettori solo in base al contenuto e non all’etichetta che sempre si vuole affibbiare ad ogni idea espressa.

 “Il valore reale di questa ennesima farsa elettorale è inversamente proporzionale al clamore mediatico che sta suscitando da mesi.
Non siamo né per il no né per il sì: siamo per l’invece. Siamo per togliere il potere di decidere delle nostre vite dalle mani di questi politicanti, che rispondono solamente agli interessi della classe dominante, e altrimenti non può essere, e cominciare a fare da soli.
Impresa difficile e lunga, lo sappiamo, ma da qualche parte si deve pur cominciare. E il primo passo è la delegittimazione del potere politico, il rifiuto di partecipare al loro gioco, con le loro regole che conducono inevitabilmente ai risultati che loro vogliono.
Innanzitutto l’attuale costituzione non è quella gran cosa, da meritare che la si difenda con le unghie e con i denti. Questa costituzione non ha mai impedito il caporalato, le leggi a salvaguardia del capitale e contro il lavoro, il dissesto ambientale, il proliferare delle mafie, l’asservimento della legge al volere della chiesa cattolica, le stragi di stato, e tutte le altre brutture e storture e aberrazioni avvenute in Italia dal 1948 ad oggi, incluse le guerre. Perché l’Italia è in uno stato costante di guerra, con truppe nei teatri bellici di mezzo mondo, dalla prima guerra del Golfo ad oggi. Più di vent’anni di guerra che se ne sono bellamente fregati dell’articolo 11, inserito fra i “principi fondamentali” della repubblica. Figuriamoci quello che fondamentale non è. I principi della costituzione svaniscono come neve al sole quando si trovano di fronte agli interessi del potere, quale che sia: politico, economico, religioso.
Votando no, nulla cambierebbe nel merito dell’azione di governo. Quando un governo vuole agire in modo più autoritario e calpestare i suoi cittadini lo può fare tranquillamente senza dover cambiare la costituzione. Lo abbiamo visto a Genova e in Val Susa, lo abbiamo visto con la moratoria sulle indagini per il malaffare legato all’Expo, alla faccia del principio di obbligatorietà dell’azione penale presente in costituzione. Lo vediamo da settanta anni con i fascistissimi Codice Rocco, la base del codice penale italiano, e TULPS, che garantisce grandissimi poteri agli organi di polizia e alle prefetture alla faccia dello stesso diritto liberale, ancora in vigore e mai intaccati dalla Repubblica Italiana e rinforzati dal corpo di leggi emergenziali degli anni ’70. Inutile dire che quelle leggi che dovevano essere transitorie ed emergenziali sono ancora in larga parte in vigore. Quindi il richiamo di gran parte della sinistra a votare no per evitare l’autoritarismo è privo di fondamento: la deriva autoritaria la viviamo da sempre.
Il punto decisivo per rifiutarsi di partecipare a questa ennesima farsa elettorale sta però nell’essenza stessa dello strumento referendario. Se anche i no vincessero e la riforma venisse respinta, chi impedirebbe al prossimo governo di ripresentarne una uguale o anche peggiore? Nessuno. E forse il prossimo governo godrebbe della “maggioranza qualificata” dei due terzi e non si dovrebbe nemmeno ricorrere al referendum confermativo. L’inutilità assoluta dello strumento referendario ci viene evidenziata dall’esempio della Grecia, dove il risultato del referendum sulle misure imposte al popolo greco dall’Unione Europea è stato ignorato dallo stesso governo che lo aveva voluto e sostenuto.
La tendenza all’autoritarismo non è dovuta alla malvagità di questo o quel partito politico: è dovuta ai meccanismi insiti del dominio politico ed economico. Quello che come lavoratori possiamo opporre al potere è innanzitutto il nostro rifiuto.
Non il rifiuto di questo o quel provvedimento, ma il rifiuto di partecipare al loro gioco, a cui solo si può perdere. Astenersi è il primo passo.”

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