Piero della Francesca a Forlì.Non c’è due senza tre!


Dopo aver visitato la mostra dedicata a Giovanni Boldini ai Musei San Domenico di Forlì, e la mostra sul Liberty nella stessa sede ora tocca a Piero della Francesca e pare che perseverare diabolicum sit. I cerberi addestrati nelle varie sale placcavano e tampinavano quando non emettevano grida improvvise e perentorie verso chi solo provasse a rivolgere il proprio smartphone o la propria digitale verso una qualsiasi opera, o anche solo verso il muro! Quanto a “Piero della Francesca: indagine su un mito”, quattro o cinque quadri di Piero e troppo altro intorno. Specchietti per le allodole del mercato. L’idea era buona ma ci aspettavamo molto più Piero e meglio collocato tra i tanti studiosi, le tante citazioni e i tanti rimandi anche troppo lontani. Ma una cosa ho assodato ed è stato utilissimo, se ce ne fosse bisogno: grandi artisti moderni, dai macchiaioli agli impressionisti, da Balthus a Hopper, lo avevano visto, letto, studiato, disegnato. Tanti falsi artisti analfabeti del mercato, oltre alla scuola formale o informale purché rigorosa, hanno fatto altrettanto con lui e con altri geni del passato?

Nelle immagini qui sotto, la locandina-specchio e quella che per onestà e un pizzico di suspence avrebbe dovuto essere.

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Quanto alla libertà di fotografare e ridisegnare le opere per tracciare la storia della propria visita, mi piace riportare di nuovo (della serie gutta cavat lapidem!) una bella lettera aperta pubblicata sul Corriere di Como già nel Marzo 2014. Lo scopo di chi fotografa con onestà e competenza è scrivere una nota o un appunto, fare uno schizzo nel proprio diario per una memoria colta dei propri viaggi di studio, non certo assicurarsi una specie di trofeo consumistico. Credo sia il perfido mercato dei cataloghi e delle proprietà delle opere (auspico che l’arte, quella vera, sia un giorno tutta pubblica e lasciamo le botteghe al bricolage artistico di tanti pseudo artisti di cui è pieno il mondo !) ad imporre tali divieti e il mercimonio plateale che si fa ancora dell’opera d’arte.

“Lettera aperta al direttore della Triennale e colleghi.
In Italia molti responsabili di esposizioni, musei, mostre sono nemici giurati delle macchine fotografiche del pubblico. Ma perché? Io vedo tre ragioni.
Primo motivo: alcuni oggetti (quadri, tele, carte) possono essere davvero rovinati dai flash. Secondo motivo: si vogliono tutelare i diritti d’autore dei musei. Terzo: si vogliono vendere i cataloghi.
Obiezioni. 1: per proteggere gli oggetti, basta proibire i flash, non le macchine fotografiche. 2: per avere un’immagine commercializzabile, pubblicabile, vendibile bisogna avere delle condizioni che in genere il pubblico non ha: bisognerebbe togliere tutti i vetri, inclinare gli oggetti in modo opportuno rispetto alla luce, perché sia ben illuminato, non abbia strani riflessi di luce, di fari e faretti, di oggetti che sono di fronte e che sono, magari, degli oggetti a righe. Le foto realizzate dal normale visitatore non riescono a esser commercializzabili. 3: se poi il problema è quello di vendere i cataloghi, non tutti dopo aver pagato il biglietto e il viaggio possono pagare anche il catalogo. Chi poi va a vedere le mostre gratuite, a volte va a vederle proprio perché sono gratuite e se deve pagare il catalogo invece del biglietto siamo al punto di prima. E in ogni caso nessuno può permettersi di pagare tutti i cataloghi di tutte le mostre che vede.
Quindi: perché non lasciamo che il visitatore si faccia le sue foto, anche bruttarelle?
Sono bruttarelle, ma sono le sue, gli servono da promemoria: quando va a casa, guarda una foto brutta, chiude gli occhi e pensa l’originale bello; guarda la foto di una didascalia e va a cercarsi su Internet o sull’enciclopedia chi è quell’autore. Perché questo non si deve fare? Perché non dare questo sostegno alla memoria?
In tal modo una cosa vista una volta diventa davvero patrimonio di chi l’ha vista, diventa un fatto culturale, non rimane una cosa vista una volta, mordi e fuggi.
Altrimenti vedere una mostra sarebbe come mangiare un gelato: quando l’hai mangiato non c’è più.
Dico male? Buon lavoro a tutti quelli che lavorano per la cultura.
Caterina de Camilli”

Giuseppe Campagnoli 16 Maggi8o 2016

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