Controeducazione.La scuola diffusa.


Un anno fa è apparso un post sul blog  “controeducazione.blogspot.com” di Paolo Mottana e ora, grazie alla condivisione di Gabriella Giornelli, lo propongo come contributo all’idea di scuola diffusa del progetto “La scuola senza mura”. I contatti con enti e istituzioni per organizzare un seminario e studiare la fattibilità di questa quasiutopia sono in corso e la speranza è l’ultima a morire. Intanto raccogliamo contributi, proposte e suggerimenti.

“La “scuola diffusa” oltre la scuola. Paolo Mottana 15 Aprile 2015

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Bisogna smettere di pensare alla vita dei bambini rinchiusa dentro una scuola, una casa, un oratorio. Le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi devono ricominciare a circolare nel mondo, e allora il mondo prenderà un nuovo ritmo, più armonico. Quando i bambini, le ragazze e i giovani ricominceranno a essere presenti nel mondo, anche noi smetteremo di girare a vuoto. Liberare loro dalla gabbia significherà liberare anche noi.

Immaginiamo una non-scuola come quella che oggi alcuni chiamano “scuola diffusa” (Campagnoli tra al.). Cosa potrebbe essere? Seguiamo Campagnoli:

Un luogo minimale, “un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di “portale” di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la “stazione” di partenza verso le “aule” virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di “rendezvous” all’inizio della giornata di studio” (http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/scuola-diffusa-provocazione-o-utopia-4031005060.shtml).

E’ un buon punto di partenza. Ma è un punto di partenza che impone un drastico rovesciamento perché, appunto, le aule svanirebbero nella loro accezione consueta e i luoghi di apprendimento sarebbero altrove, nel territorio fuori dalla scuola. Ogni giorno i ragazzi e le ragazze, le bambine e i bambini, avrebbero un carniere di “esperienze” da vivere “là fuori” e non “qui dentro”. Campagnoli si preoccupa dei trasporti: “Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un “orario di prossimità”, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione.”

Va bene, soprattutto per i bambini più piccoli ma poi: immaginiamo che uno degli elementi da apprendere sia proprio spostarsi nel territorio, autonomamente.
Immaginiamo più forte: non classi che si spostano ma piccoli gruppi, bande di ragazze e ragazzi che esplorano, setacciano, assistono, si offrono come volontari ecc. ecc.
Questo non può accadere spontaneamente, è ovvio, occorre un lavoro di preparazione, di sensibilizzazione capillare ma poi, progressivamente potrebbero essere le ragazze e i ragazzi stessi a effettuare sopralluoghi, a negoziare partecipazioni, a ottenere possibilità di coinvolgimento.

L’area di spostamento potrebbe essere vicina e adiacente al “portale” (io però suggerirei, secondo le mie inclinazioni, il termine di “radura”), per le bambine e i bambini più piccoli: i campi, i laboratori, le officine, la stalla ecc. nel raggio di poche centinaia di metri, da raggiungere accompagnati, sperimentando piano piano momenti in cui si possa muoversi ed esplorare anche soli. Ma progressivamente, con il passare degli anni, l’area dovrebbe allargarsi sempre di più, finchè le ragazze e i ragazzi più grandi, autoorganizzandosi, possano spingersi molto più lontano, prendere treni, forse aerei, per visitare quel teatro, quella compagnia circense che li affascina, l’atelier di quell’artista, quell’azienda che produce cibo di qualità, quel villaggio in India dove donne analfabete costruiscono e installano pannelli solari.
Il mondo, a differenza della scuola, è grande, inesauribile, e vivo. Il solo percorrerlo, attraversarlo, non blindati su un autobus, ma liberi, in gruppo, è una straordinaria esperienza che comprende operazioni organizzative, interlocuzioni, abilità, inventiva, spirito d’avventura, imprevisti, e molto molto divertimento.

Il grillo parlante come sempre chiede dei programmi, dei curricoli, degli esami, ahimé. Perché ragiona ancora come un gerarca e un secondino.

I programmi in questa ipotesi sono in divenire e, soprattutto, sono un oggetto di negoziazione comune. Possono cominciare per svilupparsi per grandi “aree”, per focus, per temi, per problemi. Spesso connessi con il territorio, ma anche con la sensibilità e le domande profonde di bambine e ragazzi: l’amore, il lavoro, il lutto, la malattia, la violenza, la droga, la comunicazione, lo spettacolo, il denaro ecc. ecc.

Mille possono essere i perni intorno a cui far ruotare occasioni di esperienza che anzitutto prendono spunto dal mondo, visitando luoghi di cura, andando a leggere e ricercare nei luoghi dove un certo artista o scienziato ha vissuto, magari a pochi passi da casa, o più lontano, se interessa, entrando nell’osservatorio astronomico come nella base aerea, nel bosco, nell’ambulatorio come nella palestra di arti marziali, nella trattoria come nel laboratorio fotolitografico, nella fabbrica di bevande come nella sede degli alcolisti anonimi o nella chiesa ortodossa.

Si può andare avanti all’infinito a individuare punti di irradiazione di possibili itinerari di ricerca, ma anche di esperienza vera e propria, di osservazione come anche di partecipazione. Per tornare ogni tanto alla “radura” e condividere con gli altri, perfino con gli adulti (!), ma anche semplicemente compilando diari, tenendo riunioni dove capita, riflettendo su qualcosa di finalmente vivo e vissuto.

Non ci saranno più curricoli in senso tradizionale ma articolazioni di esperienze, per approfondimento, per espansione, per composizione e associazione. Sul tema del lavoro si potrebbe visitarne ovviamente i luoghi, interagire con chi vi opera, con chi dirige, con chi lotta per migliorarvi le condizioni, ma poi anche con chi resta fuori, con chi studia sul senso del lavoro e così via, dal vivo, in azione. Poi riflettere, mettere a fuoco, immaginare.

Il ruolo del vecchio insegnante dovrebbe modificarsi radicalmente, non più colonizzare le menti con il suo sapere, ma cercare chi e cosa possa innescare, nel mondo, quello vicino e quello lontano, occasioni di apprendimento, di ricerca, di interrogazione, di connessione.

Nessun esame finale, solo percorsi che progressivamente divergono, inevitabilmente. Occorre immaginare che ragazze e ragazzi con il tempo mettano a fuoco obiettivi sempre più precisi, desiderino alimentare passioni e vocazioni sempre più specifiche e che quindi i loro itinerari si stacchino da quelli degli altri, si riuniscano con altre persone in altri luoghi, vadano e vengano secondo la necessaria oscillazione che si sperimenta in quegli anni.

Ragazze e ragazzi affascinati dal volontariato oppure dal mondo della moda, che poi, vivendo e vedendo e sperimentando, cambino idea e si scambino i ruoli e poi ancora, divergendo continuamente, sfruttando tutte le opportunità.

Gli adulti tutti diverrebbero insegnanti ma in un senso molto più debole e più intenso al tempo stesso. Ognuno è professore di qualche cosa e sarà ogni situazione specifica a rendere possibile una trasmissione delle conoscenze. L’idraulico potrà commentare le sue operazioni di riparazione allo stesso modo di un ingegnere o di un organizzatore di eventi.

La presenza dei ragazzi, che dovrà essere agevolata e talora prescritta ma che presto o tardi sarà accolta come una benedizione, fungerà anche da meccanismo di interrogazione, di metariflessione continua per tutti, inducendoli a essere più sensibili, a riflettere su ciò che stanno facendo, forse anche a entrare in crisi. Le domande pungenti e intuitive dei ragazzi e delle ragazze obbligheranno tutti a una maggiore consapevolezza. La loro stessa presenza nel mondo, renderà inevitabilmente tutti più attenti, più cauti, il traffico dovrà rallentare e forse le amministrazioni si decideranno a creare piste ciclabili o ad abbassare la velocità in maniera decisa nei centri abitati, per permettere a bambini e ragazze soli di circolare, di muoversi con minor rischio.

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I giovani hanno sensibilità per le ingiustizie, per i danni portati all’ambiente, alle cose. La loro presenza sarà un deterrente, un fattore di denuncia continua e loro stessi, grazie alla loro presenza creativa, caparbia, alimenteranno un precoce senso di responsabilità, altro che imparare la cittadinanza a scuola. Essere presenti nel teatro del mondo sarà un immediato esercizio di cittadinanza e di emancipazione. Per tutti.

Un’esperienza di questo tipo, di cui si possono cominciare a immaginare percorsi, vie, articolazioni, sbriciolerebbe la gabbia della passività e dell’impotenza, della noia e del rifiuto della cultura e invertirebbe verso il desiderio di sapere la sensibilità dei bambini e degli adolescenti.

Chiaramente gli adulti dovrebbero anche aiutare a selezionare, dovrebbero impiegare le loro capacità per indicare punti strategici, scrigni particolarmente ricchi di stimoli. Potrebbero poi proporre momenti di approfondimento, incursioni in territori meno visibili, meno a portata di mano, diventare consulenti per dare corpo a visioni, intuizioni. Il loro lavoro sarebbe molto più stimolante e anch’essi sarebbero portati a investigare, allargare i propri orizzonti, aggiornarli continuamente.

La scuola diffusa non sarebbe più “scuola” ma tempo di esperienza totalmente ripensato, che dovrebbe progressivamente passare nelle mani dei protagonisti stessi, per assumerlo, deciderlo, programmarlo secondo le loro esigenze e le loro sensibilità. Non è scontato ma è molto probabile, se effettivamente i percorsi condurranno a sviluppare passioni. Sono le passioni, come sosteneva Fourier, che possono indurre allo sforzo.

Non si tema che questo tipo di rivoluzione produca disinteresse e derive pericolose. E’ semmai vero il contrario. E’ la scuola deprimente e deprivante che induce al vuoto e alle passioni tristi. I bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze sono normalmente vivi, lo si vede bene non appena gliene si fornisce qualche opportunità, fosse anche solo quella di una gita in montagna.

Occorre solo ribaltare completamente quel dispositivo di pena e di demotivazione che è la scuola, aprire la gabbia, metter in circolazione le energie, i desideri, le possibilità.

E allora la vita di ragazze e bambini, di ragazzi e bambine tornerà a essere essa diffusa e entusiasta, contagiando tutti, costringendo anzitutto noi a domandarci che cosa stiamo facendo, dove abbiamo perso il bandolo e forse rivelandoci che uno dei più grandi piaceri è anche proprio quello di stare semplicemente con loro, con le loro domande, con le loro idee, nei luoghi di lavoro, fuori da essi, viaggiando con loro, affidandosi a loro, che ancora, sperabilmente, non saranno stati anestetizzati e avviliti come purtroppo molti di noi.”

La scuola diffusa

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