Lo chiamavano Jeeg Robot


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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT. UN SUPEREROE TUTTO ITALIANO.

di Angela Guardato.

Ecco perché secondo me dovreste correre a vedere questo film e perché Mainetti (il regista) e Guaglione-Menotti (ai quali si devono soggetto e sceneggiatura) con quest’opera hanno superato i super-hero movies americani.
Lo chiamavano Jeeg Robot è sì, un film di genere, ma allo stesso tempo esula da ogni tentativo di etichettamento: è un film di supereroi, di avventura, di fantascienza, d’azione, drammatico, un urban fantasy direbbe qualcuno, ma in fondo non è nessuna di queste cose in assoluto, o solamente. E’ tutto questo e molto di più. Sì, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un film splendidamente giostrato e meravigliosamente poetico, anche se terribilmente duro. E’ la storia di ogni uomo, in fondo, del dramma personale che diventa universale e si scontra con l’immaginario collettivo, spesso becero e gretto (pensiamo alle voci over, sugli ultimissimi minuti di pellicola), con la gente che cerca di sopravvivere e quindi se ne frega di tutto e tutti. E’ desiderio di evasione da una vita immeritata, nel bene o nel male; desiderio di svolta, fama e notorietà, ma alla fine anche solo di affetto e amore, quelli che i protagonisti probabilmente non hanno mai ricevuto da nessuno.
In questo film ci sono tutti i canoni della pellicola da supereroe anche se, si badi bene, il film non vuole essere un live action sul celebre robot dei cartoni animati giapponesi, ma qualcosa per l’appunto del tutto nuovo, pur rispettando le basilari regole di un film di (questo) genere.
La trama del film è semplicissima e si rifà al più classico filone dei film di supereroi, a cui rende palesemente omaggio: un ragazzo di borgata si ritrova a possedere strani superpoteri, si scontra con il cattivo che vuole dominare il mondo, e in mezzo c’è l’incontro con l’unica ragazza che potrebbe essere l’amore della sua vita. Ma vediamo più da vicino i personaggi principali.
Il protagonista è Enzo Cecconi (un ottimo Claudio Santamaria), piccolo malvivente della borgata Tor Bella Monaca di Roma, che sopravvive di furtarelli e similari; indurito dalla vita, torvo, rude e senza amici: “Io nun so’ amico de nessuno” va ripetendo durante tutta la prima parte del film, con una voce che definire cavernosa è puro eufemismo e con uno sguardo incredibile. Enzo si alimenta a film porno e a budini alla vaniglia. E’ duro e impietoso, ma dotato di un grande spessore morale che neppure lui sa di possedere. Scappando dalla polizia (così si apre il film, in medias res), trova riparo immergendosi in un punto basso del Tevere, finendo per errore dentro un barile che contiene uno strano liquido radioattivo. Uscito dall’acqua scopre di possedere una forza sovrumana, cosa che realizza qualche giorno dopo, quando si rialza da terra illeso, dopo un volo dal nono piano di un palazzo in costruzione.
Alessia (alias Ilaria Pastorelli, bellissima e davvero bravissima: a lei si devono le scene più toccanti del film), è la ragazza che vive con il padre al piano di sotto, e non si separa mai dal suo lettore di dvd, grazie al quale segue in maniera ossessiva le avventure del suo eroe a cartoni Jeeg Robot d’acciaio, rifugiandosi in un mondo fantastico; lei, ragazza dolce dal passato terribile, che ha perso la madre, e di cui il padre ha sempre abusato. Per Alessia, così, il forte Enzo assurge a Hiroshi Shiba, fattosi uomo, l’unico che può risollevarla dal suo dolore ed ergerla al rango di principessa, comprandole il vestito adatto, e l’unico che lei può lasciarsi andare ad amare, dopo aver capito che di lui può fidarsi. Quando suo padre resta ucciso in una operazione di recupero soldi in cambio di droga, Enzo dovrà davvero prendersi cura di lei, e lo farà con tutto se stesso, poiché di lei, per la prima volta, per davvero gli importa, e pure parecchio, come le confessa dentro l’autobus che ha poco prima fermato a mani nude. E solo grazie a lei capirà in che direzione usare il suo grande potere. Ma, si sa, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, quelle a cui Alessia più volte lo chiama a rispondere per salvare la ggente, come dice lei, mentre Enzo stenta a rendersene davvero conto.

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E poi c’è lui: lo Zingaro (allo stesso modo bravissimo e attore più maturo che mai rispetto ai film precedenti, Luca Marinelli), l’antieroe per eccellenza, gangster da quattro soldi, allucinato, amante delle canzoni della Oxa, che decanta in modo un po’ ridicolo; impietoso e crudele, che vive in un canile e lotta con l’ossessione della popolarità a tutti i costi, quella che cerca di guadagnarsi con traffici illeciti che mal gestisce, e durante i quali non si fa scrupoli a sacrificare i suoi sodali pur di raggiungere gli scopi. Ma Enzo-Jeeg si frappone tra lui ed il sogno di gloria, e allora saranno botte-i sovrumane-i, soprattutto quando, verso la fine del film, Enzo sarà obbligato, mentre Alessia è minacciata in un furgone, a rivelare allo Zingaro come ha ottenuto i suoi poteri, e ovviamente anche il cattivo si approprierà del segreto e della forza, con cui combattere ad armi pari il nostro eroe. Fino all’esplosivo, è il caso di dirlo, epilogo finale.
Da segnalare la maestria registica di Mainetti, tecnicamente degna di plauso: nessuna inquadratura è lasciata a se stessa né priva di cura. Ogni fotogramma è studiato e cesellato a dovere, e non mancano riusciti azzardi registici, come le inconsuete inquadrature a mezzo busto, ma che tagliano fuori il viso e le spalle dei personaggi, lasciando vedere il corpo fino alle ginocchia; o le belle inquadrature dall’alto che tanto piacevano a Hitchcock. Ottimo il montaggio e azzeccatissima la colonna sonora che contempla vecchi pezzi di musica e sigle di cartoni animati anni ‘70-‘80. Anche la fotografia ci regala immagini fantastiche: ci basti ricordare la scena in cui i due protagonisti si abbracciano sullo sfondo del cartone Jeeg Robot proiettato enorme sulla parete di casa, o la scena in cui la banda dello Zingaro sta appostata nell’erba in attesa del passaggio del portavalori.
Insomma un film, si oserebbe dire, perfetto, che ci regala quell’eroe a cui tutti vorremmo affidarci. E nessun supereroe è stato mai così vero e così vicino a noi: in questo film si finisce così per credere che Enzo-Jeeg esista davvero, che si nasconda a Tor Bella Monaca, e che stia aspettando la prossima sfida, lassù, in piedi, di notte, sul Colosseo, guardando e vegliando, come un angelo di Wenders, la “Gotham City eterna”. Dunque: a presto Jeeg. Perché siamo (quasi) sicuri che ti rivedremo (e lo speriamo) molto presto al cinema.
Angela Guardato.

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