Doppia intervista probabile. L’arte della comunicazione babelica: un mestiere impossibile.


 

Volevo fare l’interprete. Una scuola dove è difficile entrare ma dalla quale è altrettanto difficile uscire e un mestiere aleatorio e d’élite,

Riportiamo, nella categoria arte dell’educazione e dell’istruzione del nostro blog, una sintesi di una doppia intervista ad un aspirante interprete e ad un notissimo professionista della mediazione linguistica e della comunicazione entrambi reali seppure anonimi.

 Ci racconta brevemente la sua esperienza di studio?

Eccola. “La passione e i risultati brillanti mi spingono ad intraprendere gli studi per interprete in una scuola ritenuta non solo di fama, ma anche di qualità. Alle prove di selezione per l’accesso al triennio le prove appaiono subito aleatorie e anche discriminanti, a causa di chi  ha una preparazione ad hoc non dipendente dalla qualità della scuola di provenienza e degli studi fatti ma addirittura dalle caratteristiche geografiche ed anche anagrafiche. I quesiti e le prove sembra siano confezionati per selezionare a caso e nel mucchio. La prova è superata, addirittura in due atenei. La scelta è per quello più antico e prestigioso. Il percorso è irto di ostacoli: competizione malsana, priva di solidarietà e di apprendimento cooperativo, spesso istigata o tollerata dagli stessi docenti; percezione di carenza di nozioni di didattica e di tecniche per la motivazione allo studio e l’apprendimento di un metodo e di tecniche specifiche di apprendimento delle discipline; indicazioni generiche, riferimenti confusi, pochi interventi correttivi e di vero insegnamento proprio come l’università di quasi mezzo secolo fa. Verrebbe da pensare che in certi ambienti universitari non si abbia idea alcuna di che cosa sia la scuola (dalle elementari alle superiori) e di che cosa sia la continuità educativa e formativa lungo l’arco della vita.  Finito il triennio tribolato e una laurea a pieni voti ci si prepara all’accesso alla magistrale. L’esame conferma le caratteristiche di aleatorietà e di inattendibilità dei sistemi di verifica dell’università. Allievi emergenti in alcune materie e titolari di voti altissimi nel triennio, magari ammessi ad altre scuole simili in Europa in base al loro curriculum studiorum, vengono bocciati proprio in quelle materie e ammessi in altre dove non potevano vantare basi certe e profonde.  Comunque riesco a superare anche questo traguardo, bene o male.

Da qui ricomincia un percorso ancora peggiore di quello del triennio, per la competitività e per una sorta di crescente inadeguatezza pedagogica e didattica. Un percorso ad ostacoli, indifferente rispetto al percorso precedente che si rivela affatto propedeutico; ancora una specie di gara che, per l’eccesso di competitività indotta, tende a limitare la costruzione di mezzi per l’apprendimento, per l’esercizio e per la eventuale futura professione. Non dico di più sugli esami che sembrano quanto di più lontano da qualsiasi concetto di docimologia. Sembra che i docenti non abbiano la più pallida idea su di una valutazione scientifica. La consuetudine perniciosa è valutare in modo impressionistico con pochi e vaghi spunti parascientifici. La prassi consolidata è vedere studenti, ancora studiosi e appassionati, ripetere più e più volte delle prove tarate e valutate come se fossero già degli esperti navigati piuttosto che studenti in formazione. Si vedono inutilmente e irragionevolmente perdere anni di studio e  risorse delle proprie famiglie anche in tempi di crisi. Come se gran parte del successo o dell’insuccesso scolastico non facesse parte del merito e del talento dei docenti! Questi dovrebbero agire per preparare bene gli studenti e garantire  il loro diritto allo studio, partendo dalle pari opportunità e da un insegnamento personalizzato, soprattutto quando, di fronte a numeri di studenti risibili (in qualche corso gli iscritti sono meno di 15-20) si tratti di educarli ad affrontare mestieri difficili  e con forte concorrenza di mercato. Proprio questo mi fa rammentare che fare il docente non è solamente  una professione ma anche, in qualche modo, una missione civile e sociale e come tale andrebbe intesa.  In conseguenza di ciò, forte della sua approfondita e prestigiosa esperienza sul campo. Chiederei ad un professionista affermato nel nostro campo alcune cose. Non crede che uno studente appassionato (non si sa ancora per quanto) aspirante ad un mestiere difficilissimo come il suo dovrebbe essere sostenuto, aiutato, stimolato e motivato dai suoi maestri?  Non crede che, a fronte di risultati negativi durante le lezioni o, peggio, agli esami, abbia il diritto di conoscere quali siano le cause delle sue presunte defaillances e ricevere suggerimenti concreti ed efficaci su come risolverle?

Non crede che abbia il diritto, nel caso i suoi problemi fossero insuperabili in tempi ragionevoli,di sentirmi dire tempestivamente,  con onestà intellettuale e un po’ di coraggio se non sia inadatto a proseguire gli studi per svolgere quel mestiere magari consigliandolo e indirizzandolo verso percorsi più adatti al suo profilo?”

 

  • P1110648

E lei gentile signor interprete che cosa pensa di questo racconto e come risponderebbe agli interrogativi?

  Io consiglierei, da professionista quale sono, chiunque volesse intraprendere la mia professione in Italia oggi a ben riflettere sulle condizioni di scuole, mercato e lavoro. Il mio lavoro è destinato – per lo meno per le lingue così dette europee – a scomparire a breve. Ove non scompaia, è destinato ad essere maltrattato e sottopagato.  Non esiste un riconoscimento ufficiale. Le scuole credo siano in linea al livello corrente di università e similia, cioè scarso e comunque inadeguato a bisogni che nel mio lavoro cambiano di anno in anno con il mutare delle esigenze. Cattiveria? Egoismo? Incapacità? Beh, guardiamoci in giro.  E non voglio commentare ulteriormente. Rassegnato? No. Io cerco di svolgere il mio lavoro, o ciò che di esso rimane, al meglio. Non posso che esser in completo accordo con le cose che ho sentito in questa storia che ne evoca tante altre. Quando vengo chiamato da quelle stesse università e scuole che dovrebbero formare colleghi, tengo conferenze dove da anni dico ciò che penso. Forse per questo non insegno. Non esiste più un rispetto per la libera professione o per il lavoro dipendente.  Io ho lavorato 36 anni cercando di non far del male, di aiutare e di indirizzare secondo ciò che a me sembrava giusto. Spesso gli aiuti donati si sono trasformati in boomerang pericolosissimi; ma, come dire, un poco ce lo si aspetta, no? Sono la persona meno adatta a dispensare consigli in questo momento. Io mi sento un artigiano: modesto ma in contatto con l’arte. Posso solo azzardare un’idea: passando attraverso molte difficoltà si capisce se ciò che si ama lo si ama veramente. Io ho amato profondamente il mio lavoro e, a tratti, lo amo ancora con l’entusiasmo di un debuttante di 36 anni or sono, l’età della pietra!” 

 

Mi pare che sia superfluo ogni commento.Il mio ex collega illustre Negroponte ha ragioni da vendere quando sostiene “Basta test e competizione. La competizione è nemica dell’educazione e dell’insegnamento. La conoscenza è collaborazione. La competizione è un concetto malato.”

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