Aldo Rossi o Renzo Piano. Due visioni della vita.


di Giuseppe Campagnoli

Aldo Rossi (1990) e Renzo Piano (1998) restano per ora gli unici due italiani ad aver conquistato il Pritzker Prize. Diffido di tutti i premi, gli oscar e le nominations, soprattutto quando nell’elenco d’onore vedo più alcune bandiere di altre (guarda caso della nazione che ha indetto il premio o di quelle affini) ma credo  che i due italiani rappresentino due modi di concepire l’architettura, l’arte e quindi la vita diametralmente opposti. Uno decisamente favorevole al mercato, l’altro no. Uno si dedicava all’educazione all’architettura, alla scuola ed alla costruzione, attraverso manifesti, provocazioni ed esperimenti, di un abaco moderno dell’architettura che non  dimenticasse la storia e le storie delle città e dei territori considerate come veri e propri organismi. L’altro diventò il mago dei materiali e delle invenzioni tecniche, dei grattacieli e delle vetrate, dei tubi e dei bulloni in vista, dei centri direzionali e commerciali, dei mega auditorium e dei mega santuari, il mago dei luoghi dove, comunque, principalmente, si fa buisness anche della cultura. Vorrei citare un breve capitolo della mia ultima fatica “Questione di stile” e la traduzione di una descrizione divulgativa sulle tendenze in architettura. Lo scopo è di far meglio comprendere l’idea di architettura che Aldo Rossi voleva fosse sviluppata dai suoi allievi magari superandola e migliorandola per renderla concreta ed attuabile, esteticamente e domesticamente funzionante e quella di Renzo Piano decisamente tecnica e tecnologica ma, a mio avviso e non solo, affatto estetica ed artistica. Aldo Rossi ha prima teorizzato e poi iniziato a mettere in pratica le sue idee con dei veri e propri “manifesti” costruiti. Renzo Piano ha fatto il contrario nel rispetto delle leggi del mercato globale che gli ha “dettato” subliminalmente  la parte teorica. Al pubblico colto sta giudicare i risultati.

Da “Questione di Stile” di Giuseppe Campagnoli Maggio 2014:

“Ricordo delle frasi significative sul futuro che noi studenti formati prima nei licei (!) e poi all’università ci saremmo aspettati in un virtuoso mix di politica, cultura e arte del costruire. “Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, gli unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura perchè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problem di architettura con strumenti che le sono estranei” “il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico, facendone una forma concepita per una specializzazione, mistificando la validità di una operazione progettuale che si configure come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni” “un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura” “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rilegenndo continuamente sè stessa” “E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione sulll’architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia e dagli interventi dissennati sul territorio” Da qui ho intrapreso una professione di progettista ed educatore, proprio come i miei maestri mi avevano suggerito perchè essi stessi l’avevano fatto e lo stavano facendo. Lo scopo era divulgare una idea moderna di architettura fondata solidamente sul passato, su quel gigante senza il quale nulla sarebbe stato possibile nelle trasformazioni delle realtà urbane e territoriali. Posso dire che nessuno di noi, ahimè, ci è riuscito fino in fondo. Il mercato e la moda, il gossip architettonico e il funzionalismo tecnocratico hanno avuto la meglio, insieme alle illusioni ecologiche e sostenibili ibridate pericolosamente con gli opportunismi delle imprese e della speculazione falsi mecenati del futuro architettonico mondiale.”

Da “Quanto basta di architettura per brillare in società” di Philip Wilkinson Dunod Paris 2013:

“Il neo razionalismo è nato in Italia sotto il nome di “La tendenza” in reazione agli eccessi del modernismo e del postmoderno. Proponendo una architettura corrispondente alla loro epoca, i neorazionalisti, a partire da Aldo Rossi, propongono il rispetto dell’identità e della storia urbana (strutture, forme e disegni della città) come se si fosse difronte ad un vero e proprio organismo vivente, che si trasforma virtuosamente solo attraverso interventi ispirati dalla collettività e non dal singolo. Il post moderno al contrario (insieme all’high tech) si pone come urbanistico, ludico, commerciale e popolare, con riferimenti storici nulli o disinvolti, quasi completamente assoggettato al mercato e alla globalizzazione “L’high tech” E’ il tipo di architettura che diventa design e che sfrutta con ostentazione le tecnologie cosiddette d’avanguardia e di moda. Apparsa intorno agli anni ’70 l’architettura “high tech” ostenta la sua alta tecnologia con una forte presenza scenica tesa a provocare un brutale shock di novità a tutti i costi. Gli elementi chiave sono la prefabbricazione, l’uso di materiali “pret à porter” e l’esibizione esteriore della tecnologia. Gli adepti principali di questo tipo di design di architettura, che trae le sue lontane origini anche dalle idee di R.B. Fuller sono stati e sono Richard Rogers, Renzo Piano, Norman Foster, Nicholas Grimshaw e Michael Hopkins. “

Consiglio la lettura del libricino di Aldo Rossi “Autobiografia Scientifica” mentre si osservano le immagini degli edifici di Renzo Piano e di Aldo Rossi. Qual’è la poesia e quale la prosa?

Images and no comment from wikimedia.

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