Accademie, Conservatori…Le università delle arti?


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Tempo fa pubblicavamo nel documento sulla “Formazione artistica” insieme all’Associazione Artem Docere questo testo sulle Accademie di Belle Arti.

“ACCADEMIE DI BELLE ARTI
Il percorso formativo del disegno e della storia dell’arte, insegnata come successione di linguaggi ha la sua naturale conclusione con l’ istituto delle Accademie di Belle Arti.
Riepilogo iter normativo – Con la Legge n. 508 del 1999 si è realizzata una grave anomalia nel sistema della formazione terziaria italiana: in modo difforme rispetto ai paesi europei, le Accademie di Belle Arti sono state fatte confluire, con i Conservatori, nel comparto AFAM, un sistema che avrebbe dovuto trasformarle in senso universitario, sia per ordinamenti, sia per dignità. Di fatto, le Accademie erano pronte al passaggio, perché già organizzate sul modello di formazione terziaria, mentre i Conservatori erano preventivamente chiamati dalla Legge (art. 2, c.7, lettera c) a far confluire gran parte del proprio personale docente e discente negli istituendi Licei musicali. Infatti, la maggior parte dell’ utenza dei conservatori era ed è di età inferiore ai diciotto anni e sprovvista di diploma di istruzione secondaria superiore. (Vedi anche il parere espresso dal CUN nel documento del 23.12.2011 – prot. n. 1700 – che dimostra la sostanziale difformità delle relative strutture didattiche e la conseguente distanza giuridica dei Conservatori rispetto al livello terziario della formazione universitaria).
Apprezzando il nuovo indirizzo di questo Ministero che ha voluto giustamente ricondurre le istituzioni Afam entro il Comparto universitario, con la soppressione della dirigenza Afam, auspichiamo che i prossimi e urgenti provvedimenti consolidino tale percorso appena avviato. Pertanto sarà necessario:
1. Distinguere ambiti e percorsi fra le Accademie ed i Conservatori, attraverso un adeguato provvedimento legislativo;
2. Abolire la rappresentanza delle Accademie all’interno del CNAM;
3. Ampliare il CUN con l’istituzione di una nuova e specifica area disciplinare dedicata alle Arti Visive;
4. Riconoscere lo status giuridico ed economico universitario ai docenti attualmente in ruolo nelle Accademie, in considerazione dell’esiguità del numero e del già avvenuto superamento di prove concorsuali nazionali per esami e titoli di livello universitario;
5. Istituire un’ Abilitazione Artistica Nazionale come nuova procedura preliminare al reclutamento, in analogia all’ attuale modalità universitaria, prevedendo un eventuale canale preferenziale per il personale docente precario, peraltro numericamente molto ridotto. L’attuazione di tali punti corrisponde a criteri di razionalizzazione, oltre che a principi di maggior economia ed efficienza; sana il vuoto normativo rispetto a quanto previsto e mai attuato dalla Legge 508 del 1999; garantisce l’applicazione del comma 6 dell’articolo 33 della Costituzione Italiana e realizza l’allineamento della formazione artistica italiana a quanto avviene nel contesto europeo e internazionale.
La presente proposta non solo trova sostegno presso la gran parte del corpo docente accademico, ma soddisfa anche le aspettative di una larga fetta di intellettuali che hanno ritenuto opportuno sottoscrivere un appello finalizzato alla soluzione di questo annoso e grave problema.”

Ascoltando di recente interventi e citazioni di ineffabili direttori e docenti di scuole come le Accademie, i Conservatori e gli ISIA, debbo aggiungere e modificare qualcosa rispetto al testo sopra riportato, riflettendo più a fondo sulla mia storia professionale e sulla storia delle scuole ad indirizzo artistico con cui ho avuto a che fare. Si è proprio sicuri che queste scuole parauniversitarie debbano essere inserite pieno titolo nel coacervo della formazione universitaria così come le scuole secondarie artistiche nel calderone dell’istruzione secondaria? Negli anni ’90 era stata costituita una rete di ricerca tra le scuole di indirizzo artistico con il patrocinio di ispettori e dirigenti illuminati del Ministero (successivamente tutti allontanati o destinati ad altri compiti!). Uno dei risultati fondamentali della ricerca era la possibilità di costituire dei poli autonomi regionali per l’insegnamento e la ricerca in campo artistico, dalla scuola primaria all’Università, probabilmente sotto l’egida del Ministero dei Beni e delle Attività culturali. Era un’ottima idea! Si sarebbe evitata l’emarginazione attuale dei percorsi formativi artistici e storico-artistici e si sarebbe data dignità ad un filone specifico della formazione in Italia scongiurando ciò che invece sta accadendo ora: Licei e Istituti riuniti un un percorso liceale generico e senza alcuna cultura della manualità accanto a percorsi professionali costruiti sulla falsariga degli obsoleti e degradati percorsi professionali. Gli Isia, i Conservatori, le Accademie e tutti gli istituti di istruzione superiore artistica, restano in un limbo culturale che ha peggiorato la già scarsa qualità dell’offerta e delle risorse (conosco bene curricula e formazione di molti docenti e direttori e le aleatorie attività di queste istituzioni!) in una tendenza al “bricolage sperimentale” del fare arte “d’avanguardia” con rarissima base culturale e storica e ancor più rara solidità di formazione nei linguaggi che rendono quello dell’arte completo e non dilettantesco (storia dell’arte, letterature, lingue straniere, filosofia e psicologia, estetica, tecnologia e scienza….).

Da cotanto ghetto culturale non si esce miracolosamente assimilando queste scuole all’università e magari, nei casi limite, non rari, facendo diventare professori universitari docenti la cui preparazione non è migliore di quella di uno studente appena uscito da un vecchio Istituto d’arte (come del resto avveniva negli organici di docenti e direttori dei vecchi Licei Artistici e Scuole d’Arte). Ve lo garantisce uno che ha partecipato a selezionare docenti e dirigenti per anni, nelle commissioni nazionali e regionali. Non è certamente un caso, e per me è un bene, che si temporeggi nel rendere operativa la norma di equiparazione di questi istituti alle Università. Alla docenza universitaria si deve accedere (fatti salvi nepotismi e raccomandazioni) attraverso concorsi per titoli ed esami, corposi dossiers scientifici e  pubblicazioni certificate e conclamate,  accanto a curricula professionali di tutto rispetto. Che i sindacati e molti docenti attualmente nei ruoli, acquisiti spesso fortunosamente o fortunatamente, la pensino diversamente è comprensibile ma non giustificabile. Non dovrebbero neppure offendersi per le mie parole, perché sanno benissimo quale sia stato il loro percorso seppure previsto da norme, codicilli, chiamate dirette e complicità che tutti conoscono, per essersene avvantaggiati o, con la stessa aleatorietà, per esserne stati esclusi. Spero che si possa aggiustare il tiro e avviare la strada per rifondare l’intero percorso di formazione artistica dall’infanzia, all’università, alle professioni del settore, comprese le modalità ed i requisiti di reclutamento. Il fatto è che la scuola (dall’infanzia all’età adulta) con può essere riformata a pezzi o riassorbendo le negatività di tutte le pregresse “riforme”.

Giuseppe Campagnoli

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