La Buona Scuola. L’insegnamento delle arti, il lavoro e i luoghi della scuola.


Riportiamo in allegato il PDF della famigerata Legge 107 di cui vogliamo evidenziare le pesanti eredità dalle Leggi precedenti (Moratti e Gelmini) i cui contenuti in grandissima parte sono stati conservati, in qualche caso leggermente migliorati o corretti e in molti aspetti anche peggiorati. Faremo una lettura asettica e improntata non alle ideologie ma alle idee, al buon senso, ai principi di equità ed alle esperienze positive fatte altrove nell’ottica dei temi trattati dal nostro blog: l’educazione e la formazione artistica, la creatività e l’approccio agli insegnamenti artistici e della comunicazione accanto a quelli tradizionalmente privilegiati, l’organizzazione della scuola nella città e nel territorio, l’architettura della scuola.

La Buona Scuola

Superando le giaculatorie dei principi e dei dogmi enunciati in modo generico nei primi articoli e che paiono ricalcare le promesse mai mantenute e le teorie che abbiamo verificato irrealizzabili nella pratica e senza adeguate risorse (come l’autonomia, l’organico funzionale, il tempo flessibile e programmabile a lungo termine, l’ampliamento reale dell’offerta formativa, la pianificazione di istituto) lungo la  storia della scuola italiana a partire dagli anni ’60, entriamo nel dettaglio dei punti più significativi e apparentemente innovativi. Non analizzeremo i risvolti tecnici dei vari argomenti anche perché prima dell’attuazione di molti principi, sarebbe utile conoscere l’entità delle risorse finanziarie, umane e materiali effettive, considerato che quelle indicate nella legge appaiono ridicole e assolutamente insufficienti. Una analisi anche solo superficiale del testo fa capire il non sense profondo di quella che con ostinazione da propaganda qualcuno continua a chiamare riforma.Tra gli atti concreti e più eclatanti resta l’assunzione dei precari, come correttivo di scellerati patti elettorali pregressi. Il reclutamento dei docenti, la valutazione e il potere del dirigente scolastico, nel bene e nel male, sono delle armi spuntate. Molti provvedimenti, come al solito (vedi le varie riforme degli esami di stato) vengono adottati senza modificare in modo propedeutico tutto il sistema che c’è prima. Di riforme ideologiche di vario segno e senza soldi è piena la storia della nostra istruzione, fina da quando si chiamava Educazione Nazionale.

Solo decuplicando la percentuale di investimenti nell’istruzione e nella ricerca in rapporto al PIL infatti si potrebbe iniziare a parlare di riforma della scuola. Nessuna valida attività umana e nessun progresso vero sono possibili senza la scuola. Ma veniamo a noi, sinteticamente perché non è proprio possibile essere prolissi anche nelle critiche in una materia così povera e lacunosa. Analizziamo la terna più interessante per noi di ReseArt.

  • Valorizzazione e potenziamento delle competenze nella pratica della musica, dell’arte, della storia dell’arte, del cinema, dei media; alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini; potenziamento delle metodologie laboratoriali e delle attività di laboratorio: noi parleremmo meglio di costruzione di percorsi di educazione e formazione che di fatto non esistono o sono minimizzati all’interno dei curricula. Si valorizza e potenzia qualcosa che c’è già ed è solido. Così non è. Occorre rifondare l’insegnamento di una parte dei linguaggi della creatività e dell’arte considerati ancora marginali ed accessori fin dalla scuola dell’infanzia. E’ chiaro il progetto che noi abbiamo contribuito a proporre ufficialmente per la Formazione Artistica con l’Associazione ArtemDocere fin dai primi passi del disegno di legge sulla Buona Scuola ma di cui, nel testo della legge, troviamo poche tracce concrete anche per il semplice potenziamento del pur scarso modello formativo esistente. Il percorso scolastico andava esplicitato e descritto ex novo, così come per tutte le altre competenze, riformulando l’intero sistema e i piani di studio della perniciosa riforma Gelmini che di fatto viene “salvata” dalla Buona Scuola.
  • Laboratori, alternanza scuola-lavoro, relazioni con musei, fondazioni, istituzioni culturali e artistiche, aziende del territorio, competenze digitali: la cerniera con il mondo del lavoro che dovrebbe essere solida, flessibile e ben strutturata nel percorso scolastico (300-400 ore gratis, non obbligatorie e fuori curricolo sono ridicole!) come accade in altri paesi motori economici d’Europa, è solo un enunciato che dice che cosa si dovrebbe fare ma non dice come e dove e dice malamente in quali tempi e con quali risorse. Questo aspetto, come quello delle competenze comunicative e digitali dovrebbero essere parti integranti del curricolo ma, poiché si vogliono fare le nozze con i fichi secchi, l’elefante ha partorito un mezzo topolino! Passatemi l’uso smodato dei proverbi che qui sono molto utili a descrivere una Legge fatta, ad ogni passo, di stereotipi, luoghi comuni, utopie e illusioni. Buoni propositi irrealizzabili o impraticabili per carenza di fondi accanto a cattivi enunciati decisamente applicabili con il consenso e l’appoggio di Confindustria. Il rapporto di connessione con le attività del territorio, siano esse pubbliche che private, nel campo della cultura, dell’arte, del turismo e del made in Italy non può essere di sudditanza della scuola all’impresa e alle altre istituzioni ma nemmeno di generica collaborazione nella ricerca e nella pratica. Occorrerebbe un disciplinare chiaro degli obbiettivi comuni e degli strumenti per raggiungerli anche in una accezione di formazione ed istruzione permanente. Abbiamo scritto in passato diversi articoli, riflessioni e approfondimenti sull’argomento. Rispondevano esaurientemente a ciò che si sarebbe potuto e dovuto scrivere nella riforma.
  • Le scuole, gli spazi aperti alla città a tempo pieno. Dai tempi di Berlinguer le “scuole aperte” sono state ahimè sempre e solo sulla carta. Per carenza di risorse e per lo stato dell’edilizia scolastica e dei luoghi dedicati all’apprendere ed alla cultura, sconnessi tra loro, vecchi nella concezione e nelle strutture, insicuri, emarginati dalla città. Solo leggendo l’ultimo nostro articolo sull’architettura della scuola e seguendo le nostre iniziative pubbliche in merito ci si può fare una idea precisa del problema e delle possibili soluzioni. Un sistema diverso porterebbe ad una stretta connessione tra i luoghi “didascalici” della città, ad una riduzione dei costosi e inadeguati edifici scolastici dedicati, ad un uso di musei, teatri, giardini, auditorium, biblioteche, piazze, come aule diffuse. Un sistema diverso porterebbe ad una flessibilizzazione del tempo scuola e ad una riduzione dei gruppi di apprendimento (non più classi)  e ad un utilizzo più ragionevole delle risorse spaziali, umane e finanziarie per la scuola e la cultura, il turismo e l’arte insieme. Altri paesi (anche europei) stanno facendo grandi passi avanti in questa direzione. Le buone pratiche non dovrebbero servire solo per farsi belli nei convegni e simposi ma per una “copiatura” virtuosa e ragionata dei fattori di successo applicabili ai nostri contesti  mediterranei con solo un po’ di coraggio in più e adeguati danari.

Rammendi e toppe al sistema globale dell’istruzione con modifiche difficilmente attuabili e innovazioni che dal testo sembrano dipendere da troppi fattori di ostacolo (sindacalismo non libero e radicato nella burocrazia, burocrazia amministrativa pletorica, assemblearismo, eccesso di procedure, incertezza delle coperture economiche, management amministrativo, tecnico e scolastico impreparati e assolutamente inadeguati) ci fanno quasi essere sicuri in un nulla di fatto che, ai prossimi governi possibili, darà il via a nuove riforme epocali e nuovi monumenti al ministro o al presidente del consiglio di turno. Occorre lavorare con maggior decisione e coraggio sulle proposte valide in ogni campo che anche dalla consultazione per La Buona Scuola qua e là erano apparse ma prontamente accantonate o minimizzate, come quelle sugli insegnamenti relativi alle arti, sulle proposte di riforma dei curricula, sull’edilizia scolastica, sulla preparazione, il reclutamento, la scelta e la valutazione del personale scolastico. E’ mai possibile che chi decide dell’istruzione in Italia a livello centrale e periferico siano ancora in prevalenza degli amministrativi e dei legulei? Come mai questa cosiddetta riforma, come furono quelle della Moratti e poi della Gelmini, piace tanto alla Confindustria e, tuttosommato, anche alle associazioni più forti e più liberiste dei dirigenti scolastici? Ai posteri.

Giuseppe Campagnoli

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