Buon anno scolastico!


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La Buona Scuola non si fa assumendo tutti i precari generati da patti scellerati tra sindacati e governi liberisti senza pensare ad una forma immediata di preparazione universitaria ad hoc e, solo dopo, ad un reclutamento rigoroso e non aleatorio del numero di docenti strettamente necessario alla scuola e in linea con gli standards numerici europei.

La Buona Scuola non si fa mettendo la miseria di 4 miliardi per l’edilizia scolastica quando i piani triennali di qualsiasi paese serio ce ne investono almeno 20 alla volta. Cosa buona sarebbe ripensare l’intero sistema degli spazi per concepire la scuola nella città e nei suoi luoghi di cultura: non più scatole fatiscenti ma chiuse in cui ci si annoia e si vive per lo più in simbiosi col proprio banco!

La Buona Scuola si fa pagando gli insegnanti a livelli europei ma solo dopo averli formati e preparati pedagogicamente e didatticamente e solo dopo aver rivoluzionato l’organizzazione del lavoro, il sistema dei curriculi e delle materie che sarebbe ora sparissero per far posto a saperi integrati e multitasking. La buona scuola si fa pagando gli insegnanti in relazione ad una progressione di carriera legata al merito in un sistema di valutazione (come altrove nel mondo) serio, terzo e scientificamente affidabile.

“Autonomia” senza investimenti almeno tripli di quelli attuali ed un sistema riformato da capo a fondo è la solita giaculatoria che sentiamo da più di trtent’anni!

Un vero sistema duale scuola-lavoro sarebbe auspicabile ma parimenti dignitoso, serio e fondato sulla cultura più che sulle convenienze del profitto.

Una buona scuola non si fa reclutando dirigenti centrali e periferici “politici”, carrieristi, mercenari con curricula scientifici risibili perché scelti tra i ranghi delle scuole o degli ispettori solo per questioni di economia e non di merito o di specifico, solido, background professionale. L’ex maestrina o l’ex professoressa di matematica, il laureato in giurisprudenza con meri studi di amministrazione, l’ispettore peripatetico e supponente, come potranno reggere da manager, o meglio, da saggi e colti studiosi, le sorti progressive della scuola italiana nelle sue grandi e piccole reti e nei suoi gangli decisionali? Non è un caso che si racconti (una favola? un sogno?) che un direttore regionale abbia detto ad un/a neo nominato/a dirigente periferico scelto fuoribusta dal personale della scuola: “Non avrebbe dovuto fare il nome di quel politico!!” E’ così che si cambia la scuola italiana?  O ci si limiterà a non fare più danni del solito buttandosi, come sempre, sul presenzialismo e sull’esibizionismo delle kermesses, degli eventi e dei seminari di aria fritta  che finiscono con “battiamo battiamo le mani al nostro provveditore”? Chi può condurre la scuola italiana ad un vero rinnovamento? Chi saranno i fautori  del nuovo che avanza? L’analisi costi-benefici della sedicente “Buona Scuola” e dello slogan delle “Belle scuole” non porta a conclusioni edificanti. Se si analizza bene la parte dei punti di debolezza si scopre che sono ben più numerosi e determinanti rispetto a quelli di forza e che le palesi défaillances sono sempre incentrate nella mancanza di coraggio a compiere scelte impopolari contro l’ennesima casta povera ma ridondante nei numeri. Da stigmatizzare la tendenza ad accentuare la fisionomia aziendale e nepotista di una scuola ancora non laica ma supercompetitiva che in altri paesi, storicamente assai più virtuosi, si sta pian piano abbandonando. La “Buona scuola” non è una riforma di sistema ma nemmeno un dignitoso “tappabuchi”! Così sono andate nella storia  le cose di chi è chiamato a guidare a livello politico e amministrativo la scuola italiana, seguito spesso da altri “ciechi” nel baratro, come racconta il famoso quadro di Bruegel e così continuano ad andare anche oggi nella nebbia dei trionfalismi governativi e ministeriali.

11 Settembre 2015

Giuseppe Campagnoli, architetto, insegnante e dirigente della scuola pentito.

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