Non è un paese per vecchi saggi.Pop-presunzioni.


Nella saga ormai troppo lunga dei nostri interventi critici (legittimi) su Popsophia che abbiamo divulgato anche nel web dove è stato possibile, visto che ormai tutti sono in vetrina e pronti a dialogare ma anche ad insultare evocando una privacy cui hanno invece palesemente rinunciato, c’è un ultimo episodio significativo in quanto ad educazione e presunzione dei nostri giovani. Una sedicente “volontaria non sfruttata” del festival con mansione di “videomaker”, ventunenne (la maggiore età!!), di cui per pudore non facciamo il nome,  ha creduto bene di apostrofare, velatamente ma non tanto, l’autore di un nostro articolo come un “fallito” carico di odio. La reazione al nostro post è stata abnorme e stranamente esagerata: una lunga coda di paglia?  Forse, data la sua acerba età, non ha ancora appreso che il fallimento o la riuscita nella vita non si misura con il successo, la fama ed il danaro, che spesso permette a rampolli viziati di famiglie arricchite di aprirsi strade favorevoli al di là di ogni reale merito. La riuscita di una vita si misura da altri valori ben meno esibiti e sicuramente più socialmente efficaci. Sappiamo che il nostro autore ha speso la sua vita per educare ed istruire con  apprezzamenti pubblici e privati e forse una parte di fallimento lo si potrebbe  ammettere se i giovani fossero tutti come la nostra “volontaria” che non manca di presunzione e di violenza dialogica sottotraccia. Le auguriamo di conseguire il vero successo che non è quello cui si riferisce citando Oscar e “Accademy” con due “C”, ma quello della saggezza e dell’umiltà. Confidiamo sempre nel fatto che comunque il diavolo fa le pentole e, anche se, a volte, a lungo termine,non i coperchi. La nemesi storica si è sempre verificata.

I giovani che credono che ci si possa realizzare solo con il successo, la gloria e il danaro leggessero questo “identikit” autobiografico scritto dal nostro autore Giuseppe Campagnoli:

“Il nostro italiano, dopo la laurea a soli 23 anni agli inizi degli anni ’70 con un percorso difficile,senza molti soldi e con una carriera universitaria preclusa perché non si poteva essere mantenuti fuori casa per il tempo necessario a partecipare ai concorsi facendo l’assistente volontario; dopo un ingresso nel mondo del lavoro anch’esso pieno di sacrifici e rinunce ( c’erano già allora laureati che dovevano fare altri mestieri per la crisi ricorrente e la disoccupazione ai livelli di oggi!) ha trascorso una parte della vita nella professione libera e una parte nella scuola. Da professionista vòlto al sociale e fondamentalmente educato all’ onestà non si è arricchito convinto di dare anche come dovere civile. Da uomo di scuola e amministratore locale pro-tempore per passione verso la collettività non si è egualmente arricchito. Ha invece conservato il patrimonio più prezioso che è l’orgoglio ( la vita e le numerose testimonianze di ex studenti, di docenti e famiglie me ne hanno dato la conferma) di aver formato bravi professionisti, insegnanti, artigiani e di aver lasciato un segno,spero non effimero,nella società con le sue piccole opere e il suo impegno quotidiano lungo l’arco di quarant’anni.. Ha lavorato prevalentemente come pubblico dipendente e ,come si dice servitore dello Stato (quello Stato vero, fatto da cittadini onesti,che guadagnano il giusto con il loro lavoro, pagano le tasse e partecipano democraticamente alla vita civile contribuendo al progresso e all’equità sociale) insieme a tanti altri che non hanno approfittato del loro ruolo ma hanno dato tutto per la società civile senza voler mirare al profitto o ai facili guadagni. Spesso ha dovuto difendere la publica utilitas e chi vi lavora dagli attacchi sovente incivili e analfabeti di tanta parte della società (oggi scatenata dietro l’anonimato e la provvidenziale deregulation del web) che considera il lavoro esclusivamente come dedicato parossisticamente al proprio profitto anche a discapito degli altri (la cosiddetta concorrenza), all’accumulo di ricchezza senza dare nulla alla collettività (l’evasione fiscale) o,infine, al tendere costantemente ad una vita al di sopra di quelle possibilità che la Costituzione indica come caratteristiche del vivere dignitosamente non avendone né le capacità né il merito.Ora il suo lavoro principale, utilizzando gran parte di quel “salario differito” che si chiama pensione, guadagnata abbondantemente con 40 anni di impegno e di versamenti e considerata quasi un risarcimento per anni di stipendi meno che “europei”, è quello di contribuire alla formazione dei figli che lo meritano perché sono capaci ed onesti e, non secondario, di continuare ad educare anche con la ricerca,la scrittura e i nuovi media, quella gran parte di cittadini disorientati e perniciosamente influenzati dai tribuni e dai miti di successo effimero di turno che in Italia hanno avuto tanto appeal fin dai tempi non troppo lontani dell’unità,ahimè,ancora incompleta,della nazione. Questa potrebbe essere la storia minima di tanti vecchi italiani che si sentono “saggi” e mettono la loro esperienza al servizio della collettività e da questa dovrebbero essere accolti e “sfruttati” per quel che hanno fatto e continuano,a dispetto dell’età, a saper fare, come avviene in paesi più civili, invece di essere bersaglio di drammatiche opinioni pubbliche populiste basate su stereotipi di “invidia sociale” e di disinformazione”

La redazione di ReseArt

20 Luglio 2015

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