“Youth. La giovinezza”, di Paolo Sorrentino. L’insostenibile leggerezza della vita.


di Angela Guardato Angela-Guardato

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“Youth, La giovinezza” di Sorrentino è davvero un bel film. Pensavo che mi sarebbe piaciuto, sì, ma senza esagerati entusiasmi, ed invece mi sono dovuta ricredere: è un film proprio BELLO. Si potrebbe star a parlarne per ore, perché gli spunti di riflessione sono moltissimi, ma dirò solo alcune cose che mi sembrano maggiormente degne di nota.
Partiamo dal lato puramente estetico, ché l’estetica, nel cinema, è già metà film. Non ricordavo il nome del direttore della fotografia, Luca Bigazzi, ma rivedendone le credenziali (“Pane e Tulipani”, “Lamerica”; “L’albero delle pere” ecc. prima di curare la fotografia di tutti i film di Sorrentino da “Le conseguenze dell’amore” in poi) ho capito che è uno che merita tanto di cappello: in questo film, infatti, la fotografia è sublime, forse più che ne “La grande bellezza”.

Già una delle scene iniziali mi è parsa subito di una pulizia e raffinatezza minimale unica: l’inquadratura fissa, tagliata in due parti simmetriche dal colore: bianco sopra (dove campeggerà subito dopo delicatamente il titolo) e rosso bordeaux sotto, tale che potrebbe essere un quadro di Rothko. E, poco dopo, per un’altra delle scene iniziali, ho pensato che non mi importava se poi il film mi avrebbe delusa, perché quella scena (quella della passerella in una Venezia notturna, magica ed inondata, dove il protagonista cede, in sogno, il passo alla meravigliosa Miss Universo), già da sola valeva il prezzo del biglietto. Ma quasi ogni immagine, d’interno impeccabile, o d’esterno con panorami mozzafiato è curatissima e bellissima; la luce è sempre perfetta; i contrasti di colore studiatissimi; i chiari che disarmano, gli scuri delle parti più riflessive e serali attorno agli artisti in giardino (spesso sottolineati dal ralenti), che sono toccanti; poi le riprese fatte a filo d’acqua, o da in mezzo all’erba dei campi di un verde quasi impossibile; e la vicinanza quasi imbarazzante di alcuni primi piani, dettagli o particolari, impertinenti e perfetti. E si potrebbe continuare a lungo.
Ma “La giovinezza” non è solo un film esteticamente bello. E’ un film bello anche dal punto di vista della storia, delle storie, quelle delle vite di ogni personaggio, unico ma universale allo stesso tempo. E’ un film dove le storie e le frasi sono fantastiche, anche se non illuminanti o stupefacenti: cosa c’è di stupefacente nel dire che ‘ad una certa età, mettersi in forma è una perdita di tempo’? O che ‘da vecchi si dimenticano molti dettagli dei propri genitori’ nella presa di coscienza che tante cose si fanno, da genitori, perché i figli le possano sempre ricordare, e che invece ci si ritrova sempre alla fine ‘di fronte a ‘grandi sforzi, per risultati modesti’? O che ad una certa età gli uomini si chiedano se hanno fatto pipì, se poca o molta, in una giornata? O che l’amore fa soffrire, può finire, e che si può venir traditi e lasciati perché qualcuno sessualmente appare più appetibile di noi? Tutte questioni forse banali, ma esistenzialmente essenziali. Tutte questioni nostre, di ognuno di noi. E la battuta di spirito, che può sembrare stonata, perché ci fa sorridere, toglie serietà alla scena, beh, cos’altro è se non un sospiro, una boccata d’aria, un rilassarsi un attimo? Sì, perché affrontare certe cose, vederle, parlarne, non è cosa facile, e ci vuole anche un sorriso, ogni tanto, tra un pensiero serio, o triste, e l’altro. La vita è questo. Nient’altro. E la vita è anche guardare da un binocolo e vedere tutto vicinissimo: il futuro, in giovinezza, (come dice il regista ai suoi sceneggiatori nel rifugio sulla vetta della montagna) e poi guardare dall’altra parte e vedere tutto lontanissimo: il passato, nella vecchiaia. E se queste cose ce le dicono con un po’ di poesia, ci sembra che tutto ci possa fare un po’ meno male. Sì, c’è molta delicatezza in questo film, anche verso gli uomini. Non a caso forse, quasi tutti i protagonisti vengono rassicurati o gratificati da un altro personaggio: il maestro d’orchestra (Caine) viene gratificato dal bambino che prova maldestramente al violino il suo pezzo semplice scritto tanti anni addietro dal maestro (‘Non è solo semplice, è anche bellissimo’ gli dice il bambino); il simil Maradona, finita la sua carriera, sfatto, ansante e triste, nella piscina si avvicina ai due amici che parlano e dice: ‘Anche io sono mancino’ e uno dei due gli risponde ‘Cristo, ma tutto il mondo sa che lei è mancino’ e lui risponde ‘Grazie’, e sorridendo se ne va; o ancora: la ragazzina che nel negozio di souvenirs incontra il giovane attore (Dano), ricordato da tutti per un ruolo banale e di secondo piano, lo rassicura su come la frase di un suo film l’abbia colpita (‘Beh, lui nel film dice che non si sente pronto per fare il genitore. Ebbene, dice lei, non è un problema, perché nessuno si sente mai pronto’); o infine: lo stesso attore rassicura il regista (Keitel) dicendogli ad un certo punto, dopo aver appreso che il suo film non si farà: ‘Lei non è un ottimo regista di donne. Lei è un ottimo regista.’ Ecco un bel messaggio, tra i tanti: le persone hanno bisogno di sapere per cosa valgono, e hanno bisogno che qualcuno ogni tanto lo ricordi loro, quando la tristezza li assale o si sentono persi d’animo. E poi tante altre cose vengono raccontate: l’amore, sognato o infelice; la vecchiaia e la morte che incombono; i ricordi; la malattia; l’abbandono; il dolore; il passare del tempo; gli errori; la solitudine; l’incomprensione; i rimpianti ed i rimorsi. Tutto viene a morderci piano piano la gamba, durante il film, facendoci meditare sui nostri di amori, rimorsi, rimpianti, dolori, errori, incomprensioni e solitudini. E anche qui si potrebbe parlare e pensare a lungo, ma mi taccio. Ultima chicca, la musica: i brani sono azzeccatissimi, sempre. Toccanti, melodici, delicati, dolci, un po’ nostalgici e sognanti, come la visione della vita dopo una certa età, quando si fa fatica a ricordare cosa in giovinezza è accaduto davvero e cosa abbiamo solo desiderato; se siamo davvero stati a letto con la persona dei nostri sogni, o se l’abbiamo solo tenuta per mano. Il desiderio, le emozioni: poco altro conta, in questa vita. E poi conta se riusciamo a provarne ancora, di desideri ed emozioni, a ‘levitare’ col cuore, e se riusciamo a ricordare cosa è stato davvero, ma senza brutture, “perché gli amici veri si raccontano solo le cose belle”, e senza che tutti quei momenti vadano bladerunnerianamente perduti, come lacrime nella pioggia. Che altro dire, se non: andate a vederlo!

Angela Guardato.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Anch’io ho recensito un film con un’ottima colonna sonora: https://wwayne.wordpress.com/2014/05/09/agire-secondo-giustizia/. Che ne pensi?

    Mi piace

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