Dio, la morale, le religioni, le guerre.


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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E’ tutto più semplice di quanto non appaia. Non c’è alcun bisogno di ricorrere alla speculazione filosofica o alla teologia. Basta osservare l’uomo, gli esseri viventi, l’universo e la natura nel suo insieme. Basta basarsi sulla propria esperienza diretta e non sulla parola o i “libri sacri” scritti da altri uomini. La sovrastruttura che l’uomo nel tempo ha voluto costruire sulla natura per i suoi scopi di dominio e per mitigare la  paura dell’ignoto (che nel tempo, peraltro, si è rivelato sempre più noto, grazie alla scienza ed alla conoscenza) resiste ancora quando è abbinata all’ignoranza, all’ingenuità o alla mala fede.

Oggi, comunque sia, una delle religioni più pericolose e aberranti, soprattutto quando sia abbinata ad un credo tradizionale che la sostiene e la integra è il capitalismo insieme alla sua forma più pericolosa e subdola: la globalizzazione.

Assistendo a ciò che accade di feroce e violento nel mondo odierno in questi tempi, da Parigi alla Nigeria, in Libia, Siria, Pakistan, Iraq, Afghanistan, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Palestina, Yemen, ricordo la semplice lettura di Eugenio Lecaldano in “Un’ etica senza Dio” e mi chiedo se non sia utile una riflessione profonda su ciò che siamo e su ciò che dovremmo ritornare ad essere. Qualcuno, cui mi associo, ha detto che la religione di per sé non può essere moderata perché è fondata su dogmi e non “est modus in rebus” quando i principi sono elementari anche se oscuri, inamovibili e indiscutibili. Non c’è una via di mezzo e non c’è interpretazione, a meno di riscrivere tutto, come, peraltro, qualche religione sta già facendo per non perdere adepti sempre più secolarizzati. Ciò che è stato detto e tramandato oralmente o graficamente dagli uomini per gli uomini come regola che si fa discendere dal soprannaturale, utile o inutile che sia, resta e crea le sue conseguenze, a volte drammatiche e terribili soprattutto quando incidono su menti semplici e alterate dalla povertà e dall’ingiustizia.

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Se si osservano i dati della diffusione delle religioni nel mondo ci si accorge che la parte che dice di non credere nel soprannaturale e non professa alcuna religione è quasi pari al numero che professa l’islam e poco meno di chi si dice cristiano o dell’insieme delle altre religioni o filosofie di vita. Il problema è che chi non crede o è agnostico non fa proselitismo e non pubblicizza le sue idee per cercare di convertire il prossimo perché considera, illuministicamente, che le sue scelte spirituali siano private e intime. Ciò dovrebbe essere anche per le altre convinzioni o professioni di fede. Di fatto invece non è così, perché vi è una perniciosa commistione tra politica, economia, potere e religione, quando non prepotentemente una supremazia di quest’ultima che impone gli iniqui culti di stato (palesi o latenti, ufficiali o ufficiosi) in numerosissimi paesi della terra.

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Recensendo positivamente il libro di Eugenio Lecaldano, Maurizio Mori scrive: «Non solo non è vero che senza Dio non può darsi l’etica ma anzi è solo mettendo da parte Dio che si può veramente avere una vita morale.» Le religioni infatti mettono in campo morali diverse e spesso contraddittorie ma sempre innaturali. Se la natura non fa salti, la religione si cimenta in acrobazie mirabolanti e favolose. Essa cerca con vari mezzi di convincere l’uomo di non essere affatto autonomo ma di  essere come “teleguidato” da un essere supremo che ha dettato, sempre per interposta persona, regole, il più delle volte assurde e violente. Di queste regole non è data l’origine né la intrinseca ragione e  l’adepto non può non rispettarle se non vuole incorre in punizioni a breve o lungo termine, materiali o psicologiche che siano. Se il fedele seguirà le regole o si pentirà dei suoi errori, raggiungerà  premi  raramente terreni, il più delle volte ultraterreni e di cui nessuno è stato mai testimone. La morale è così fondata  sul ricatto continuo e sull’altalena tra  la paura dell’ignoto e la speranza di una  vita al di là di quella che viviamo, in un concetto di fiducia che chiede di credere senza provare, oltre i sensi, anesteticamente. E’ una morale dettata ad uso e consumo di pochi eletti padroni a danno di popoli poveri e ignoranti. E’ una morale, infine, che ha molto contribuito al nostro moderno contesto universale in cui nascono i conflitti di cui  siamo ancora attoniti testimoni, generati da questioni banalmente materiali e venali nascoste dalla religione, dall’ideologia o viceversa. L’anelito dei capi delle religioni monoteiste (e oggi anche politeiste) alla convivenza pacifica è spinto solo dalla paura di perdere il potere sulle genti che un conflitto più aspro o il predominio di un culto sugli altri, genererebbero inevitabilmente. L’apporto nella storia delle religioni a creare caste e classi sociali e mantenere, salvo la pratica dell’elemosina e della carità, le differenze abissali tra ricchi e poveri, come ineluttabile segno del destino se va bene e della volontà divina se va male, è stato determinante. Solo recentemente si osserva qualche passo  verso concetti come l’emancipazione e l’equità come valori sociali e umani piuttosto che  la difesa di uno  status quo della preghiera e dell’ azione caritatevole, in attesa di un mondo migliore in una altra, incerta e assai improbabile dimensione dove tutti sarebbero egualmente ricchi e felici! Solo l’educazione può risolvere queste contraddizioni e una scuola laica, libera e autonoma in ogni paese del mondo formerebbe dei cittadini più consapevoli delle proprie scelte, spirituali o materiali che siano.

Per approfondire vi consiglio letture diffuse di Kant, Hume, Hegel, Aristotele, Sant’Agostino, ‘Abd Allā´h ibn Yāsī´n al-Giuzūlī, La Bibbia, Il Corano, la Sunna, i Vangeli, Siddhartha… oppure di osservare semplicemente voi stessi, gli altri e la natura.

Giuseppe Campagnoli Aprile  2015

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