Africa: le origini e le colpe del disastro.


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Una storia minima di povertà e schiavitù fisiche, religiose, economiche.

L’impero ottomano

L’Impero ottomano o Sublime Stato ottomano, noto anche come Sublime porta (turco ottomano: دَوْلَتِ عَلِيّهٔ عُثمَانِیّه, Devlet-i ʿAliyye-yi ʿOsmâniyye, turco moderno: Osmanlı Devleti o Osmanlı İmparatorluğu), fu un impero turco che durò dal 1299 al 1922 (623 anni).

Fu detto “ottomano” poiché costituito originariamente dai successori di Osman Gazi, guerriero turco capostipite della dinastia ottomana che assunse il titolo di sultano con il nome di Osman I. Il sultanato, e poi impero con Maometto II, nacque in continuità col Sultanato selgiuchide di Rum e durò sino all’istituzione dell’odierna Repubblica di Turchia.

L’Impero ottomano fu uno dei più estesi e duraturi della storia: infatti durante il XVI e il XVII secolo, al suo apogeo, sotto il regno di Solimano il Magnifico, era uno dei più potenti Stati del mondo, un impero multinazionale e plurilingue che si estendeva dai confini meridionali del Sacro Romano Impero, alle periferie di Vienna e della Polonia a nord fino allo Yemen e l’Eritrea a sud; dall’Algeria a ovest fino all’Azerbaigian a est, controllando gran parte dei Balcani, del Vicino Oriente e del Nordafrica.

Avendo Costantinopoli come capitale e un vasto controllo sulle coste del Mediterraneo, l’Impero fu al centro dei rapporti tra Oriente e Occidente per circa cinque secoli.

Durante la prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi centrali e con essi fu pesantemente sconfitto.

Rise_and_Fall_of_the_Ottoman_Empire_1300-1923

Il colonialismo storico
Dopo la Conferenza di Berlino del 1885, le potenze europee decisero quali territori appartenessero a quali paesi. Decisero anche le aree di influenza laddove non vi erano ancora state delle prese di potere formali. Tutto questo fu possibile grazie alle cartine, allora già alquanto dettagliate, e ad una non vaga conoscenza delle materie prime presenti nel continente. Va da sé che Francia e Regno Unito – all’apice della loro potenza – poterono scegliere le zone migliori, lasciando a Italia, Germania e Spagna le briciole. Il Portogallo vide confermati suoi possedimenti, che erano però più immaginari che reali. Infatti, nonostante i molti secoli di presenza, il Portogallo non aveva alcun controllo delle sue colonie oltre una breve fascia costiera. Non aveva neppure una mappatura moderna dei territori sotto il suo controllo.

Leopoldo II del Belgio proclamò lo Stato Libero del Congo (prima in realtà proprietà privata del sovrano) e ne assunse la sovranità, facendolo dunque divenire una colonia del Belgio. La Germania poté utilizzare le sue colonie (specialmente Tanzania e Camerun) solo per un periodo breve, visto che le perse in conseguenza alla sconfitta durante la Prima guerra mondiale. Le varie colonie viaggiarono a velocità diverse. In generale, nessun paese europeo investì molto nello sviluppo delle colonie, spingendo invece i vari territori ad arrivare al più presto all’autosufficienza finanziaria. Scuole, ospedali e infrastrutture furono spesso il frutto di missionari cristiani e di società internazionali per lo sviluppo. In ogni caso, alcune infrastrutture essenziali vennero preparate. Le ferrovie, normalmente a scarto ridotto, iniziarono a penetrare il continente e a permettere il commercio di generi alimentari e minerari con i paesi extra-africani.

Gli europei che vollero partecipare alla colonizzazinoe ricevettero in genere ampi appezzamenti di terreno o vaste concessioni minerarie. Questo fu particolarmente vero in Kenya, Rhodesia e Sudafrica. La Francia seguì un simile piano in nord Africa. In Algeria, ad esempio, i coloni venivano considerati francesi a tutti gli effetti, e godevano del sostegno governativo. L’Africa divenne anche il teatro di azioni di guerra durante la Prima e Seconda guerra mondiale. La colonia tedesca del Tanganyika si oppose alla presenza britannica, combattendo sia in campo aperto (battaglia di Tanga) che usando la guerriglia, con le incursioni navali del generale tedesco Paul von Lettow-Vorbeck sul lago Tanganika. Nel secondo conflitto, molti africani parteciparono come fanteria nelle campagne del nord Africa, delle Ardenne e della Birmania. Inoltre, la guerra in nord Africa non risparmiò le popolazioni civili estranee al conflitto.

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La povertà e le guerre

Le ragioni della povertà di molti paesi africani sono molte e complesse. Il colonialismo, prima, e il processo di decolonizzazione poi, hanno bloccato lo sviluppo naturale delle società africane, hanno spesso fatto retrocedere i processi produttivi, hanno creato barriere al libero movimento di persone e cose. I primi governi indipendenti hanno inoltre ceduto al dispotismo e alla corruzione rampante, aggravando la situazione e impedendo l’utilizzo delle risorse, spesso ingenti, che avrebbero potuto dare una forte spinta allo sviluppo economico. Alcuni economisti fanno inoltre notare che i processi di miglioramento economico hanno una parte tecnologica facilmente acquisibile, mentre il fattore umano richiede invece tempi lunghi per l’assimilazione e il mutamento. L’Africa non avrebbe avuto ancora il tempo di assimilare processi culturali tali da favorire uno sviluppo rapido.

Questa visione ha il merito di sottolineare la non linearità dello sviluppo umano e la necessità di uno sviluppo equilibrato in paesi emergenti, proprio per permettere a tutta la popolazione di accedere ad un più alto tenore di vita. Oggi questo non succede nella maggioranza dei paesi dove una minoranza detiene il controllo delle risorse mentre la maggioranza non migliora la sua posizione sociale.

Un esempio è il Kenya. Terza economia dell’Africa subsahariana – dopo Sudafrica e Nigeria – il Kenya ha visto ritmi di crescita molto sostenuti. Negli ultimi cinque anni (2002-2007) il paese è cresciuto dal 3,5 al 6,5 % annuo. In Kenya, il 2% della popolazione detiene il controllo del 60% delle risorse, mentre il 15% appartiene alla classe media e il rimanente 83% vive sotto il livello virtuale di povertà.[1] La divisione della nuova ricchezza ha lasciato la maggioranza nella stessa situazione di un quinquennio fa.

La povertà dilagante ha effetti negativi sulla società. Negli ultimi anni tutti i paesi dell’Africa subsahariana hanno registrato l’abbassamento dell’età media – dovuto anche all’emergenza AIDS e al ritorno di malattie come la tubercolosi -, l’aumento della violenza e della criminalità, e una veloce urbanizzazione con la tendenza all’allargamento delle baraccopoli, dove le tensioni sociali sono in crescita.

Esistono tuttavia aree di forte sviluppo, di distribuzione della crescita in modo trasversale, e anche di successo su larga scala. Questo è vero per i paesi del nord Africa, da anni legati economicamente all’Unione Europea e in modo trasversale. È vero anche in alcuni paesi subsahariani.

Il Sudafrica, con il 60% del Prodotto Interno Lordo della regione subsahariana, è un’economia in espansione. Il paese australe è stato capace di compiere una buona transizione dall’economia dell’apartheid e di continuare la crescita, fungendo da volano anche per i paesi vicini. È da notare che i due colossi di lingua portoghese – Mozambico ed Angola – gravitano attorno all’economia sudafricana e stanno migliorando le loro infrastrutture per poter lavorare ancora più in simbiosi con il Sudafrica. Nonostante questo, il Sudafrica deve lavorare ancora per diminuire il tasso di disoccupazione e aumentare la sicurezza sociale. Recenti problemi per la produzione e distribuzione dell’energia elettrica hanno messo in luce il bisogno di una migliore pianificazione dello sviluppo nazionale.

Altre economie di successo sono quelle degli stati isolani di Seychelles, Riunione, Mauritius, e Capo Verde. In modo particolare, il governo di Mauritius è riuscito a manovrare il paese per farlo uscire dalla dipendenza dal mondo agricolo e favorirne l’industrializzazione. Ora il governo promuove la crescita del settore dei servizi e quello delle tecnologie moderne.

I paesi più poveri sono quelli coinvolti in conflitti. Preoccupante la situazione della regione dei Grandi Laghi dove tutti gli indici economici e di sviluppo umani sono crollati negli ultimi anni. Inoltre, i paesi del Sahel hanno subito perdite ingenti dovute alla mancanza di piogge stagionali, alla caduta dei prezzi internazionali di cotone, arachidi e altri prodotti agricoli, e alla dipendenza da monoculture.

Il colonialismo economico e le multinazionali globali.

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E non parliamo ancora di Medio Oriente…

Il califfato dell’orrore prepara nuove guerre e nuove povertà.

Se il mondo non vuole scomparire deve vincere presto questa guerra come ha mostrato di saper debellare il nazismo, i totalitarismi e le povertà del XX secolo.

A cura di Giuseppe Campagnoli

Fonte Wikipedia

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