Il Parco del Pollino


di Gaetano La Terza Gaetano La Terza


Gaetano La Terza. Un nuovo autore che racconta della Calabria.

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Comunico ai lettori che sto iniziando un rapporto di collaborazione con il blog marchigiano ReseArt – informazione, ricerca ed educazione artistica.

Qui di seguito la scheda del Parco del Pollino che servirà per comprendere meglio i miei articoli già pubblicati su Faronotizie, che vedremo presto anche su ReseArt in una forma un po’ diversa. Probabilmente il primo dei prossimi articoli sarà dedicato a Campotenese e al nuovo centro visitatori di Mario Cucinella.

L’architetto Mario Cucinella è conosciuto dagli addetti ai lavori anche per le sue collaborazioni con l’architetto Giancarlo De Carlo, le cui opere si trovano anche ad Urbino e in questa nostra Provincia Bella, nonché per il lavoro nello studio di Renzo Piano a Genova (dal 1987 al’92), che ha aumentato il suo prestigio.


Il Parco del Pollino

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Mappa sintetica del parco

Nel 1958, in occasione della settima festa nazionale della montagna, svoltasi a Piano Ruggio, fra Basilicata e Calabria, vennero presentate le proposte progettuali di sviluppo di un territorio che diventerà Parco Nazionale solo nel 1993.

Il logo dell’ente evidenzia la presenza sulle cime del pino loricato, sopravvissuto alle glaciazioni; la corteccia a scaglie ricorda le loriche, le corazze romane, gli alberi giganteschi ed agili sono veri e propri monumenti vegetali, ancor di più quelli morti dove il tronco riesce a stare in piedi, nonostante il vento, la bufera, la neve e il ghiaccio che piegano i rami.

I progetti Ote – Efim e quello del WWF privilegiavano lo sviluppo a danno della conservazione o la conservazione a danno dello sviluppo.

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Nel 1977 in Basilicata il gruppo interdisciplinare di esperti coordinato dal prof. Ferrara dell’università di Firenze concilia le esigenze dei naturalisti e quello dei fautori dello sviluppo con un progetto di parco attrezzato anche attraverso il recupero dei centri storici situati attorno al massiccio.

In Calabria, solo molti anni dopo, la Comunità Montana del Pollino prima e la Regione poi, hanno accolto (e subìto) le analisi e le tesi di un secondo gruppo coordinato dall’architetto Ferrara (io facevo parte dell’équipe e lo ringrazio per l’esperienza formativa) che ha realizzato il piano di sviluppo e il piano territoriale di coordinamento.

La terza via progettuale prevede il coinvolgimento delle popolazioni locali nel processo di sviluppo nell’area dove non vi è solo la neve, il lupo, il picchio nero, l’aquila reale e il pino loricato, ma anche un quadro di vita non artificiale, le tradizioni etniche, i cibi genuini, l’artigianato, l’archeologia, i santuari, le gole e le grotte.

L’Ente Parco ha avviato programmi di conservazione attiva, di monitoraggio alle imprese locali e cura la promozione turistica.

Il Parco del Pollino è il più grande d’Italia, ha un’estensione di 190.000 ettari (100.000 in Calabria e 90.000 in Basilicata), i 56 comuni fanno da corona al massiccio, il presidente dell’ente (dal 2007) è Domenico Pappaterra (anche lui di Mormanno come me). Mormanno è un centro urbano di 3.000 abitanti che si trova al centro dell’area, nel versante calabrese, il territorio del comune è attraversato dall’autostrada. Le zone del Parco più in alto, a 2.000 di altitudine, sono quelle conservatesi in tutta la loro bellezza anche perché non facilmente raggiungibili e frequentate solo dai pastori e da pochi turisti; le cime della catena montuosa si presentano allineate e il confine fra le due regioni segue il crinale. La fascia altitudinale al di sotto dei 1.000 m. è abbondantemente antropizzata; i pianori sono ricchi di vegetazione, alcuni circondati da boschi di faggio, l’esistenza di numerose sorgenti caratterizza i siti.

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Il territorio offre anche pregevoli caratteristiche storico-culturali, dalle tracce della preistoria alle testimonianze della colonizzazione greca, da quelle del mondo romano all’età rinascimentale e barocca; detto patrimonio non è sufficientemente indagato e messo in valore; la consistenza dei palazzi gentilizi e oggi ridotta a pochi esempi conservati integralmente, gli antichi monasteri e conventi sono abbandonati, come pure quasi vuoti sono alcuni centri storici.

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Il mio lavoro di rilevamento dei beni culturali ed ambientali è servito ad innescare un processo di riappropriazione dei valori e di conoscenza delle risorse del territorio per giungere alla fruizione sociale e alla promozione turistica; oggi gli interventi di tutela e valorizzazione si cominciano a fare finalmente, nel passato la divergenza di vedute tra i conservatori integrali e chi puntava allo sfruttamento turistico con la realizzazione di infrastrutture in quota, ha creato solo caos nelle decisioni e contrapposizioni frontali come spesso succede in Italia.

Anche oggi i commenti sono di due tipi: – meno male che non si è intervenuti in un’area fragile dove è facile distruggere -, oppure – al sud non c’è lavoro perché non si sfrutta la montagna -.

Gaetano Laterza Marzo 2015

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