L’arte di andare in pensione in uno Stato fedifrago.


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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Populista economico anche Tito Boeri dalle tribune agli altari dell’INPS? Questa è l’Italia.

Sono intervenuto sul tema anche nei commenti presso il sito La voce.info ma pare che quando gli economisti trattano di tagli pensino sempre all’accetta e non al bisturi, con poco riguardo alle persone. Fin troppo facile pare intervenire sul corpo martoriato della pubblica amministrazione e della dipendenza privata dimenticando che il buco previdenziale si colloca prevalentemente nelle casse  degli autonomi, dei dirigenti, dei quadri e dei professionisti, per gestioni endemicamente discutibili quando non dissennate. Le boutades demagogiche e giustizialiste, opposte ai principi di equità da applicare sia al lavoro che alla pensione, sono spinte oggi anche da media sensazionalistici, piagnucolosi e tendenziosi oltre che da incoscienti “esperti” avvoltoi sociali. Si grida alle pensioni d’oro che pure ci sono e sono collocate sempre nei livelli alti della amministrazione e della dirigenza pubblica e privata, senza distinguo alcuno tra quelle sostenibili ed eque e quelle scandalosamente iperboliche. La chiave della questione sta tutta nel rapporto lavoro-pensione, nell’applicazione del dettato costituzionale su lavoro, la giusta remunerazione e la conseguente pensione, non sempre e non per tutti verificata. Chi è andato o sta andando in pensione in questi anni e non sia un grand commis dello stato, delle grandi e medie imprese, del parastato e delle multinazionali, firmò a suo tempo un contratto, comprendente anche le regole per la pensione,puntualmente cambiate durante il gioco, in cui era previsto di essere pagati per lo stesso lavoro in termini di preparazione professionale e accademica, qualità, orario, responsabilità e rischi, quasi tre volte meno di un omologo nella maggior parte dei paesi europei cosiddetti civili. Nel patto sottoscritto (che forse era in nuce scellerato) la differenza per anni di stipendi nettamente al di sotto delle medie europee ma nettamente al di sopra per risultati ed efficienza nella maggior parte dei contraenti, veniva tacitamente “rinviata” al momento della pensione, come salario differito di importi dignitosi, ma comunque, ancora nettamente al di sotto dell’ultimo stipendio percepito. Ora si vorrebbe mettere nel calderone di questo sabba populista gli emolumenti immeritati ed esorbitanti di certe categorie privilegiate, spesso percepiti avendo lavorato senza competenze, senza rispondere di fatto dei risultati e senza l’intensità di lavoro compatibile con i ruoli ricoperti, in netto contrasto col dettato costituzionale che parla di remunerazione per una vita dignitosa, nel bene e nel male? Non sono certo quelli che viaggiano a più di 5, 10, 20 mila euro netti al mese che si sacrificano per reggere un welfare disastrato mantenendo figli e nipoti allo studio o mentre cercano disperatamente un lavoro. Sono invece quelli cui quel contratto di assunzione assicurava una vecchiaia tranquilla e un dignitoso tenore di vita che oggi si tolgono oltre i due terzi di un importo lordo compreso tra i 1500 e poco più di 3500 euro mensili per contribuire in modo disinteressato e forte al futuro delle nuove generazioni che  sono invece sempre più meschinamente aizzate contro di loro da tribuni incoscienti e in mala fede. La soluzione equa sarebbe quella, ovvia ma ipocritamente disattesa perché troppo coraggiosa, di tagliare grandi redditi, rendite e patrimoni che tutti sanno bene come siano stati acquisiti e quanto poco siano stati meritati. La classe media di pensionati ha già dato. Ha dato anche troppo, visto che si è caricata, a discapito di una vecchiaia serena, tutti gli oneri e le responsabilità spettanti ad altri.

Giuseppe Campagnoli

4 Febbraio 2015

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