In difesa de “Il Giovane favoloso”.


di Angela Guardato Angela-Guardato

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Il giovane favoloso, di Martone. Contenta di essere andata a vederlo. Sì, perché a me, è piaciuto. E molto. Un bravissimo Elio Germano in un’impresa, inutile dire, tutt’altro che facile: descrivere la vita di un genio assoluto, genio che io adoro.
Per tutta la prima parte ho avuto le lacrime agli occhi; il primo tempo dedicato all’infanzia fa respirare il senso di castrazione, chiusura, soffocamento del giovane genio; e fa venire voglia di ritornare al suo borgo natìo, a riveder il colle dell’Infinito e la siepe che ‘da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude’. La seconda parte, più lunga, è più movimentata, colorita, chiassosa, mobile, sospesa tra Firenze e Roma, solo accennate o evocate, e Napoli, più vissuta cinematograficamente. Più onirica questa seconda parte, a tratti con inserti forse un poco stonanti o insistiti, ma passiamoli.

Una colonna sonora bellissima ed originale, che spazia da Rossini all’elettronica (!) ed una fotografia molto buona (in alcuni punti mi ha ricordato immagini alla Malick in “The tree of life” o “Melancholia” di Lars von Trier): alcune inquadrature sono davvero sublimi, come la composizione poetica al chiaro di luna e della candela nello studiolo; la carrozza che attende di notte un Giacomo che tenta la fuga da casa; l’evocazione onirica di madre natura a cui il poeta urla la sua rabbia; o il mare ed il cielo visti dalla spiaggia di Napoli in una luce meravigliosa.
E’ vero: si insiste alquanto sulla malattia del poeta, chiaramente esibita, sempre. Ma ci sta: uno, perchè parte integrante della sua vita (sempre però senza, come ci dice nel film, accomunare malattia a pensiero: “Non attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto”) e, due, perchè questo contribuisce a forgiare un Leopardi umano tra gli umani e fuori dall’aura del letterato, appunto, favoloso. Un’ultima cosa: finalmente un film dove i dialoghi sono (quasi) sempre all’altezza del contenuto. Fantastici i versi scelti quale voce narrante di alcune scene o decantati dallo stesso poeta/attore. Doveroso l’accenno al contesto politico, dove il genio leopardiano, “troppo infelice e pessimista”, viene sbeffeggiato dai liberali ‘vuotamente’ speranzosi e forzatamente votati al positivo (“Il mio cervello non concepisce masse felici fatte di individui infelici”, ne dice il poeta).
Insomma: da vedere sicuramente. In barba a certe voci negative o a chi sostiene che valga la pena di vederlo solo per la recitazione, peraltro ottima, di Germano. In sintesi, si poteva fare di meglio? Forse. Probabilmente. Chi può dirlo, data la difficoltà della sfida. Ci resti il dubbio perché, come dice lo stesso Giacomo in una delle belle frasi riportate nel film: “Chi dubita sa, e sa, più che si possa”. Buona visione, con o senza quella “malinconia che ci lima e ci divora”…

Angela Guardato

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