Aforismi di stile 2.


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

La classe non è acqua.

Aforismi da “Questione di stile” libello per l’architettura e contro gli architetti.

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Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata “Juste assez de…” edizioni Dunod intitolato “Juste assez d’architecture pour briller en société” di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i 50 grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright….gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana e del paesaggio. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, ad un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese.

A me pare che oggi questo non esista più. E’ un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive,quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poicè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non meriti uno stile o degli stili è un vero peccato.

A dire la verità degli para-stili si possono individuare e possono essere così classificati:

Quelli dei geometri

Quelli degli ingegneri

Quelli dei giovani e anziani architetti epigoni di grandi o solo famosi maestri della storia o della contemporaneità

Quelli delle archistar che una volta realizzato un bestseller spinto da media e riviste specializzate e non, si ripetono all’infinito in tutto il mondo globalizzato accompagnati da fama, onori e soprattutto danaro.

Quelli dei pochi onesti che ancora tentano di costruire uno stile ma vengono pervicacemente tenuti lontani sia dal mercato di moda che dalla fama e dal danaro.

C’è poi, quanto agli architetti, un altro aspetto non trascurabile in Italia ma vedo anche nel mondo: la mediocre formazione storico artistica, l’interesse per una tecnologia sopravvalutata e per il pernicioso luogo comune dell’ecologico e del sostenibile che rende molto spesso le forme meccaniche e anestetiche in tribute all’ormai omnipresente ed abusato “green”. Basterebbbe tornare semplicemente al concetto di uso dei materiali della tradizione costruttiva abbinandoli a quelli dell’innovazione rigorosamente considerati come compatibili. L’idea di riciclare oggetti e pezzi altrimenti da discarica è quella giusta. Del resto è stata utilizzata nelle architetture di tutti i secoli che spesso erano il risultato di sagge stratificazioni di stili, di sistemi costruttivi e anche di materiali. Quando invece dell’idea di architettura è il mercato che guida avviene il disastro che appare oggi sotto gli occhi di tutti. La gara a produrre le forme pù strane, a dare un segno strabiliante di sé, alla copia del vip dell’architettura di turno, la corsa all’eco a tutti i costi, alle, spero effimere, mode dell’autocostruzione individuale e collettiva ai progetti degli edifici di verzure, degli auditorium mirabolanti e dei musei-circo pare non siano che all’inizio. Ma non è troppo tardi per fermarsi e ricominciare onestamente a fare architettura. Quella vera. Innanzitutto dalla formazione degli architetti, dalla liberazione dalle troppe figure che progettano, soprattutto in Italia. E’ urgente che ognuno faccia il proprio lavoro, che questo lavoro si ben identificato e limitato e che per poterlo praticare si abbia la formazione appropriata fin dalla scuole superiori.

Giuseppe Campagnoli (continua)

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