Azione e meccanicità


di Marco Santoro Marco-Santoro

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Azione e meccanicità (prima parte)

Mentre nel passato “in principio era l’idea”, oggi si potrebbe dire “in principio è l’azione”. L’esperienza e l’azione prevalgono ahimè sulle idee. Si potrebbe dedurre che se le idee hanno portato all’era della manualità, questo nuovo principio d’esistenza, l’azione, ha portato all’era meccanica.

Abbiamo osservato nel precedente articolo come nell’era moderna non sono più le idee che producono la tecnica né le decisioni umane che determinano le azioni, ma abbiamo macchine e azioni meccaniche che producono idee e prendono decisioni. Detto in questi termini può apparire sconvolgente e apocalittico, ma sappiamo che in realtà l’uomo non ha ancora perso definitivamente il controllo sulla propria esistenza. Tuttavia non si può distogliere lo sguardo dalla ‘eccessiva’ e ‘ossessiva’ presenza della macchina, la quale si è imposta e ha imposto il suo modo di agire. “La sua particolarità è nel tipo di progresso, il quale è simile al pensiero utopistico: cresce su se stesso senza contrasti, con un andamento regolare e apparentemente logico come quello delle serie numeriche; e come queste ha i suoi valori immaginari e irrazionali, come non si può pensare un numero senza che si possa pensarne subito dopo uno più grande, così non si può pensare ad un ritrovato tecnologico che non venga immediatamente superato da un altro migliore” (Argan C. G., Progetto e destino, p. 14).

È  in questo tipo di progresso che ha senso parlare di azione. Esiste un’impellente spinta utilitaristica al progresso che si differenzia dalla concezione del passato secondo cui una determinata visione del mondo era destinata a durare per parecchi decenni o addirittura per generazioni, mentre oggi tutto diventa già sotto i nostri occhi obsoleto. Ciò avviene anche a causa della nostra feticistica sete del consumo tecnico e virtualmente estetico. Tecnico perché il prodotto in consumo deve sempre soddisfare il desiderio di innovazione, ad esempio, l’ultimo modello di telefono cellulare deve avere una caratteristica tecnica che il modello precedente non aveva. La novità, quindi il ‘progresso’, persuade il compratore che orienterà la sua scelta sul modello innovato anziché sul precedente, e questo avviene anche quando l’innovazione è minima.

Estetico o virtualmente estetico perché l’anelito alla soddisfazione dei sensi è un fattore insito nell’uomo sin dalle sue origini. Oggi si assiste a una produzione in serie di esemplari tra loro del tutto simili: questo è qualcosa di caratteristico della società contemporanea -ma qualcosa di ignoto prima. Da qui sono derivate molte trasformazione del concetto di arte e di unicum artistico. Il prodotto moderno ha la sua peculiarità nella sua rapida obsolescenza, nella sua precoce usura che, più che a ragioni tecniche-estetiche, è dovuta a ragioni di mercato. La rapidità del suo consumo e la sua instabilità formale sono dovute a ragioni di moda più che di stile e funzionalità. L’azione del progresso tende oggi più che mai ad una diminuzione temporale delle occupazioni dell’uomo. Il progresso non è tale se non va incontro alle esigenze tecnico-estetiche e di tempo e ogni prodotto deve garantire semplicità, rapidità di esecuzione e di ricambio. L’aumento di velocità deve, come fine principale, dare più tempo libero all’uomo. Questa condizione riflette le tipiche condizioni della società post-tecnologica, divisa tra “contemplazione e azione, vita privata e vita pubblica, riposo e lavoro”. Nelle società future ci saranno sempre più centri di distrazioni, vita pubblica, centri d’organizzazione, più tempo libero nel senso di tempo dedicato all’uomo, che arriverà a lavorare sempre meno manualmente, perdendo questo impulso primordiale, trasformandosi sempre più in ‘spettatore’ o ‘cliente’. Le funzioni lavorative saranno sempre più automatizzate e di conseguenza meno dipendenti dall’uomo. L’ apparente equilibrio mostra debolezze strutturali che hanno portato ad una perdita d’equilibrio dell’uomo e ad una debole personalità, che è la condizione antropologica per cui il divenire meccanico  ha preso il sopravvento. Ultimamente l’uomo contempla i suoi progressi senza parteciparne attivamente in prima persona, si limita a dipendere interamente da quello che la civiltà tecnologica gli mette a disposizione, perdendo in questo modo ogni spinta a creare e inventare quegli accorgimenti che potrebbero portarlo ad agire. L’uomo ha smesso di ‘agire’(!). L’azione non si sottintende all’uomo ma alla macchina, è la macchina che agisce e, nel caso agisse l’uomo, sarebbe paragonabile ad una macchina.

Prendiamo ad esempio un ipotetico black-out, come fa Gillo Dorfles nel primo capitolo di “Artificio e Natura”, pensando a  come è realmente accaduto a New York. Si immagini l’odierna società senza luce, telefono, acqua calda, radio, ascensori, telefoni, apparecchi medici e molti altri; privata di tutti i progressi di un secolo e catapultata ad un era pre-elettrica, senza energia. Alle nostre menti risulterà una situazione irreale e assurda che non potrà mai verificarsi, perché assuefatti a quel disequilibrio che queste scoperte hanno creato in noi. Verrebbe da chiedersi come si comporterebbe l’uomo moderno davanti a questo tipo di catastrofe. Il fenomeno però deve farci seriamente riflettere. Potrebbe significare recuperare il contatto con la vita secondo le leggi della natura, e non più quelle dell’industria, essere alleviati dalla possente e annichilente presenza della macchina o del computer. Molti quindi si sentirebbero liberati, altri invece si sentirebbero intrappolati. Se non è giusto decretare l’esistenza preferita, è corretto saper affrontare gli ostacoli consapevoli delle proprie forze e delle proprie debolezze. Per l’uomo moderno la natura comprende anche gli ‘artifici naturalizzati’, spesso la natura incontaminata risulta più ‘artificiale’ (nel senso di inconsueta) di una vista urbana. Il concetto moderno di natura più che al suo iniziale significato è maggiormente legato alle esperienze dell’uomo contemporaneo. È  più naturale, per quest’ultimo, spostarsi da un posto all’altro con i mezzi meccanici piuttosto che con un trasporto animale. Ritornare alla natura primordiale non è obbligatoriamente indice di situazione ottimale per l’uomo: ogni progresso è parte dell’esistenza dell’uomo e sarebbe fuorviante affermare il contrario anche se, pur non prendendo determinate posizioni, è giusto parlare di disumanizzazione imposta dalla tecnica e di un conseguente estremo adattamento da parte dell’uomo. Potremmo anche parlare di una tecnicizzazione dell’uomo che sostituisce la capacità, che ha sempre dimostrato nel corso dei secoli, di rendere più vicina a sé ogni tecnica, ossia all’umanizzazione di quest’ultima in seguito all’intervento umano. (segue)

Marco Santoro

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