S.S.S. Sempre solo sesso.


di Angela Guardato Angela-Guardato

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Auguste Rodin, Eterna primavera, 1884.

La nostra società, oggi più che mai, è portatrice (non sempre sana) di sessualità. Attivamente esibita, fieramente sbandierata, spavaldamente urlata, essa è presente un po’ dovunque: dalla pubblicità dei cibi ai film, dalle canzoni all’arte in genere, fino addirittura ai cartoni animati. Essa riempie invadentemente il nostro universo quotidiano, tanto che il bombardamento a cui siamo sottoposti, a livello ormai non più subliminale, è evidente quasi a tutti, tanto da lasciarci talvolta veramente stupefatti. Ma siamo sicuri che il vero problema sia proprio la sessualità in sè? A rifletterci un attimo con pazienza, si può scoprire come il problema andrebbe forse spostato sull’(ab)uso che di questa si fa, rendendola talvolta atto reiterato, ossessivo, finanche perverso, con conseguenze talvolta pericolose. Ma perché? Perché oggi più che mai la nostra vita appare strenuamente collegata alla sessualità, (sia essa veramente vissuta o semplicemente bramata)?

Qualcuno vuole che la parola ‘sexum’ derivi da ‘nexum’, nesso. E i nessi che il sesso apre sono effettivamente molteplici, da quelli fisici a quelli psicologici, da quelli societari a quelli economici. Ma andiamo per gradi. Galimberti fa notare, nel bellissimo libro “Le cose dell’amore”, come sia forse più coretto asserire che non sia tanto l’uomo a disporre di un sesso, quanto più il sesso a disporre dell’uomo. Sì, perché nella sfera della sessualità, l’uomo non agisce mai veramente, bensì patisce (come non pensare alle smorfie al culmine del piacere amoroso che paiono più smorfie di dolore che di piacere), cioè l’uomo in quei frangenti cede alla passione, quella passione dove il senso si perde, iniziano l’incognito, il mistero, la vertigine e dove l’io subisce una dislocazione perdendosi per un po’. E così, all’amante, il corpo dell’amato non serve più in sé e per sé, quanto quale presenza, testimone, corpo a cui avvinghiarsi, a cui aggrapparsi nel suo perdersi verso la follia, (intesa appunto come collasso della ragione) e in quanto spettatore fidato di questo smarrimento. E così il sesso non è davvero relazione con l’altro, ma relazione con la parte nascosta di noi stessi, nascosta anche a noi. E in questi frangenti si uccide per un poco l’Io, e lo si disfa, liberando la follia che lo abita. Ma in questa vertigine in cui ci tuffiamo, abbiamo bisogno della presenza dell’altro che sappia accompagnarci in questa discesa pericolosa, ed aiutarci nella risalita in superficie. Cosa chiaramente più ardua e rischiosa se la discesa avviene da soli.

La sessualità è comunque prima di tutto sessualità e quando W. Reich nel lontano 1975 pubblicava “Il coito e i sessi”, polemizzava in maniera interessante sull’idea sostenuta da alcuni suoi contemporanei della discrepanza temporale tra l’orgasmo raggiunto dalla donna in maniera ritardata (o dall’uomo in maniera anticipata), vista come un escamotage finalistico della natura, ammettendo la possibilità di un secondo orgasmo maschile in vista di una maggiore possibilità procreativa. E qui si aprono le porte alla vastità di fenomeni sociali e psichici, non di rado infantili che confluiscono nella sessualità del singolo, influenzandola fortemente. Ricordiamo la grande casistica esposta con dovizia di particolari da Freud e Jung. Ma la sessualità pertiene anche al potere. L’uomo di potere infatti, così come l’uomo di successo in genere, la rockstar o il divo, esibisce se stesso in maniera erotica, più o meno nascosta: pensiamo alle battute o ai gesti volgari di alcuni premier o alle movenze provocanti di certe rockstar. Il tutto per affascinare il pubblico e sedurlo. Lo stesso termine «fascino», ricorda lo psicoanalista James Hillman nel libro “Gli stili del potere”, ha una radice etimologica di ambito sessuale: fascinum, presso gli antichi romani, era un talismano a forma di genitale maschile, usato per scacciare il malocchio. Ma in questi casi, quando a lanciare messaggi erotico-seducenti è un personaggio pubblico e nella fattispecie un politico, la cosa messa maggiormente in pericolo diviene la reputazione. E perduta questa, in simili contesti pubblici o di grande responsabilità, risulta assai difficile, poi, riacquistarla.

Ma venendo all’uomo comune, non personaggio pubblico di successo, nè uomo politico, il problema della sessualità permane. Problema nel senso che la sessualità si sbandiera, si urla e proclama, ma in realtà si finisce per bramarla, praticandola poco e male, per poca disposizione a goderne realmente, per via di sciocchi tabù societari o religiosi, per difficoltà a comunicare i propri sentimenti e pensieri (perché esperire la sessualità non vuol dire sempre viverla a pieno e liberamente).

In “Shame”, film di Steve Mc Queen estremamente duro, terribilmente triste e crudo, ma altrettanto vero, il protagonista ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre relazioni sentimentali sane e lo inchioda in una prigione di ossessioni e tristezza. La sua vita si interseca con quella della sorella, ancora più fragile e debole, incapace di vivere senza un uomo al suo fianco. L’uomo qui appare mentalmente, e paradossalmente, schiavo della sua libertà, quella di poter esperire qualunque cosa desideri, anche sessualmente, snaturando così la naturalità di certe azioni.

Concludendo, se, come dice infatti Galimberti, l’era della tecnica del mondo occidentale ha sottratto alla natura il suo predominio e la sua ineluttabilità, (pensiamo solo all’invenzione dei contraccettivi o delle pillole abortive, che hanno liberato la donna dal suo rimanere incinta e portare avanti per forza una gravidanza), allora la sessualità quale destino inscritto nei codici naturali è finita, e si aprono scenari nuovi e strade poco battute, di fronte alle quali le identità sessuali si confondono e l’individuo è spaesato. Allora è qui che bisogna indagare, sperimentare, investigare e scoprire, senza paure e soprattutto senza mai violare ed oltraggiare l’identità di chi ci sta di fronte.
Angela Guardato.

 

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