Se tu (non) torni.


di Angela Guardato Angela-Guardato

1897 Her Eyes are with her Thoughts oil on wood sir lawrence alma tadema
Sir Lawrence Alma Tadema, Her eyes are with her thoughts, 1897, oil on wood

Chi può dire di non essere mai stato affetto da nostalgia? Nessuno. La nostalgia infatti pertiene all’uomo e non vi è esistenza che se ne possa esimere. Non è peraltro scorretto utilizzare il termine affetto da, perché la nostalgia è uno stato psicologico di grande tristezza e talvolta dolore (che può sfociare appunto nel patologico) per la lontananza da persone o luoghi a cui si è affezionati, o per situazioni del passato che si vorrebbero fortemente rivivere.
Così, chi è nostalgico vive nell’ansia che qualcosa o qualcuno ritorni: ‘nostalgia’ viene infatti dal greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore): “dolore del ritorno”.

Il problema è che, a prescindere dal fatto che si brami il ritorno di un padre defunto, di un amore perduto, di un cane fuggito, ebbene, il dramma non potrà mai davvero risolversi. Considerando infatti il caso in cui qualcuno sia morto, esso non potrà chiaramente mai ritornare, ma anche considerando il caso in cui qualcuno sia solamente perduto da poco o da molto tempo, comunque esso non potrà allo stesso modo, mai veramente ritornare. E questo semplicemente perché è la vita, a non ritornare mai, come neppure il tempo.
Quindi, per quanto possiamo bramare il ritorno di una situazione o di una persona perduta, soprattutto un amore, per quanto il ritorno possa verificarsi, esso non lo sarà mai davvero. Lo stesso Nietzsche, talvolta frainteso quando parlava del mito dell’eterno ritorno, ben intendeva che solo l’atto di tornare è sempre uguale a se stesso, mentre sempre e inevitabilmente differenti saranno i contenuti.
Ulisse, l’eroe per eccellenza del ritorno a casa, ben ci suggerisce di stare attenti quando si cerca di ritornare ai vecchi lidi: quando al nòstos non corrisponde l’agnizione, infatti, allora c’è il terribile spaesamento di non riconoscere più quello che ora è così diverso da ciò che era un tempo, come sperimentò Ulisse, appena tornato, dopo aver baciato “la sua petrosa Itaca”.
Eppure l’andare a ricercare a ritroso è più forte di noi, perché simboleggia la ricerca di quel passato che abbiamo vissuto e a cui, almeno idealmente, non potremo mai smettere di ritornare, in forma diretta o mediata. Perché tornare al passato, ai luoghi, alle persone, agli amori passati è scoperta di noi, verso il recupero di ciò che siamo stati, in una sorta di ritorno alle origini, a qualcosa di familiare. E non importa quanto questo possa fare male. O quanto sia ormai insensato.
Il bellissimo film di Zvygintsev “Il ritorno”, Leone d’oro a Venezia nel 2003, racconta meravigliosamente il rapporto che si instaura tra due ragazzi e il loro padre, che un giorno, dal nulla, dopo dodici anni di assenza, si presenta a casa, tornato da non si sa dove. E quando uno dei due ragazzi, prima di addormentarsi la sera stessa, chiede alla madre da dove lui sia arrivato, la madre risponde solamente: “E’ arrivato. E’ arrivato. Ora dormi”. Perché alla fine, forse non conta da dove, come e perché venga fuori ad un tratto il nostro passato, purchè esso torni e continui a tornare. Anche se alla fine, come si legge bene nello splendido film, lo sappiamo, che non potremo in fondo riaverlo mai.

Angela Guardato

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3 Comments Add yours

  1. Carlo Galli ha detto:

    Interessante:)))

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  2. angelaguardato ha detto:

    Grazie 🙂 interessante come la vita.

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