Manualità colta?


di Marco Santoro Marco-Santoro

 

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Idea e manualità (2)

(continua)

L’uomo pensa e crea lo strumento, che è obbediente in un primo momento, ma può, successivamente, trasformarsi in autonomo. Le idee tendenti al perfetto hanno generato qualcosa di affascinante e pericoloso, che può finire con l’imprigionare l’uomo stesso, e ci si chiede se queste idee vogliano portare la macchina ad essere più simile all’uomo, o invece l’uomo più simile alla macchina. Se la macchina ci ha sostituito nell’azione, l’uomo crea ancora? O forse oggi l’uomo è più dedito al fare e all’agire? A tali domande è difficile rispondere; quello che è certo è che tale sistema non farà cessare la sua creatività. L’uomo che deve preservarsi da sé stesso e la macchina non è il suo primo nemico, ma è la sete di potere e di successo. L’uomo deve ideare in modo giusto la propria esistenza, tenendo conto sempre di ciò che è e di ciò che è stato, non lasciandosi anestetizzare dalla convinzione che “oggi è la macchina”. Quando la divinità in tutte le mitologie  creò l’uomo lo fece vivere e progredire: e lo spirito, che si credeva prerogativa unica dell’uomo, permetteva che le sue idee si formassero e si diffondessero. L’uomo crea la macchina, ma non può darle la coscienza di sè. La macchina può produrre oggetti, ma non può produrre idee che traggano origine dalla propria coscienza. Ragionare come una macchina infatti vuol dire quasi narcotizzare la propria creatività. Quando l’artista greco raffigurava Zeus o Atena non contemplava alcuna donna o uomo (reali) da ritrarre, perchè abitava nel suo spirito un’eccelsa forma di Bellezza: questa egli contemplava, seguendo il modello e guidando la mano e l’arte. L’idea del divino non veniva inseguita attraverso il controllo dei sensi poiché si riteneva che solo mediante lo spirito si potesse giungere alla ‘forma perfetta’. Il pensiero dell’antichità sull’arte ha sin dall’inizio -con la massima ingenuità (come più tardi farà anche la Rinascenza)- due principi reciprocamente contraddittori: l’inferiorità dell’arte rispetto alla natura anche se imitata, nel migliore dei casi, fino alla perfetta illusione e la superiorità dell’arte stessa in quanto, correggendo le deficienze dei singoli elementi naturali, può contrapporre  alla natura nuovi aspetti della Bellezza (Panofsky, E. Idea- Contributo alla storia dell’estetica, Firenze, p.11).

Platone negava la provvisorietà delle idee affermandone il carattere eterno in quanto fondate dalla ragione e nel pensiero; tutto il resto nasce e muore, si trasforma e passa, non mantenendo mai il medesimo stato. Per Seneca non è questione di valore il fatto che l’artista lavori secondo un modello reale o ideale, e che l’oggetto si presenti allo sguardo come un aspetto del reale o che invece abiti  il suo spirito come fantasma interiore. Il concetto di Idea, tuttavia, si svilupperà in una luce totalmente nuova: essa verrà contemplata dall’artista all’interno del proprio spirito (abbandonando per certi versi la rigida e razionale immobilità attribuitale da Platone) e dall’artista stesso trasformata in una duplice visione reale e ideale. Nell’osservare egli non si limita solo a guardare se stesso perchè alla formazione delle idee contribuisce anche ciò che il mondo sensibile offre. Da questo si dice che nasca la bellezza. Il processo dell’artista parte ‘togliendo’ materia da ciò a cui poi conferirà un aspetto bello (bellezza determinata secondo la concezione personale dell’artista). Si ha la bellezza quando la forma vince sulla materia, ma si ha la Bellezza assoluta là dov’è l’idea, prima che essa si congiunga al mondo della materia. La migliore opera di Raffaello è quella non dipinta, ma pensata. Le sue opere, confermando la teoria della mimesis, sono ‘imitazione’ dell’apparenza sensibile; ma quelle opere solo pensate, e quindi mai realizzate e mai realizzabili, sarebbero state di una ‘Somma Bellezza’ che attraverso leggeri bagliori solo traspare nei suoi dipinti. Non vogliamo sminuire le opere del maestro urbinate: se le sue pitture sono di una grandezza straordinaria, sono tuttavia, a mio avviso, solo il minimo di quello che avrebbe potuto ideare. Dunque, l’Idea si completa  con l’osservazione dello spirito umano e del mondo sensibile, ma ciò che è un mistero è il luogo d’origine dell’Idea. A tal proposito è interessante notare come questo problema veniva affrontato nel Medioevo. Ciò che caratterizzava profondamente quest’epoca era la sua completa devozione a Dio: ogni campo, intellettuale e non,  era permeato dalla cristianità, o meglio, da una cristianità particolare. Agostino sostituiva l’anima impersonale del mondo (del neoplatonismo) con il Dio personale del cristianesimo. Nella concezione platonica tutto era incentrato sull’essere assoluto, in quella di Agostino invece, la divinità ha il suo avvento. Ciò significa che questo concetto muta da un’accezione cosmologica a quella teologica. La figura dell’artista che crea ha il suo archetipo nella divinità creatrice. Ne consegue che Dio dovrebbe aver creato il mondo secondo una ‘ragione’, un’idea, ed essendo Esso l’origine di tutti i ‘pensieri’ ha quindi compiuto l’opera più perfetta mai creata. “Poiché il mondo non è nato a caso, ma fu invece da Dio creato mercé l’intelletto attivo, ne segue necessariamente che deve essere preesistita una forma nello spirito divino secondo il cui modello fu creato. In ciò consiste l’essenza razionale dell’Idea”(Panofsky E. Op. cit. p.30). Secondo la concezione medioevale, l’opera d’arte non nasce secondo un adattamento tra l’uomo e la natura, ma secondo la proiezione di un’immagine interiore nella materia. Al fine di meglio comprendere tale concetto, divenuto espressione teologica, si può ricordare Dante, il quale evitando la parola ‘Idea’, ha contribuito ad una visione più chiara della concezione medioevale dell’arte: “Si ha arte in tre momenti: nello spirito dell’artista, nello strumento e nella materia che, a mezzo dell’arte, riceve la sua forma” (Panofsky E. Op. cit. p.32).

La visione artistica del Rinascimento è invece simile all’antichità (e quindi neoplatonica) e si contrappone a quella medioevale tralasciando la visione dell’oggetto interiore nel mondo rappresentativo del soggetto, dandogli un posto in un mondo esteriore, ben distinto e prevalentemente legato all’humanitas. L’uomo si è così riappropriato della sua centralità cosmica, alimentando l’origine del concetto di Idea e cioè quello di spiegare gli atti dello spirito umano.

L’Idea del Bello è da ricercare nel proprio spirito e nello studio del mondo sensibile. La capacità dell’artista di creare la bellezza sta in una continua devozione all’esercizio di imitare la natura e quindi al formarsi di un’esperienza tale da attribuirgli la facoltà di emanciparsi dalla realtà, modificando e inventando. La somma delle esperienze sensibili produce l’immagine spirituale perfetta.

Il Rinascimento ha interpretato il concetto dell’Idea in una nuova visione estetica, trasferendola in quello dell’Ideale, accompagnando ad un mondo sensibile di Idea un mondo di realtà e verità.

Il concetto di Idea nel periodo manierista è ben espresso dal trattato “L’Idea dei pittori, scultori ed architetti”, pubblicato nel 1607 da Federico Zuccari. Il trattato si divide in due libri: nel primo l’idea è presentata come una “forma spirituale”, creata dalla ragione e riconoscendo tramite essa i vari aspetti della natura; nel secondo sono considerate le realizzazioni delle Idee nei colori, nel legno, nel marmo e altre materie. Questa Idea, che precede la realizzazione, può essere prodotta nello spirito dell’uomo solo in quanto la facoltà viene data da Dio. Qui risiede la differenza fondamentale rispetto alla concezione rinascimentale: l’idea è una “scintilla della divinità” che precipita dentro la ragione dell’uomo. La formazione delle Idee nello spirito umano si completa con l’approfondita conoscenza del divino. Come nel Medioevo, Dio è ancora l’origine delle Idee, ed essendo luce irradia con il suo raggio divino le sue celesti creature, nel contempo le originarie immagini penetrano nell’animo umano dove creano il pensiero e la ragione, ed in ultimo anche nel mondo corporeo. Se pensiamo al fatto che Dio abbia creato l’uomo a sua immagine, ne possiamo dedurre che Egli abbia infuso in ogni uomo l’Idea della divinità e della bellezza. Separato dalla natura, lo spirito dell’uomo è risospinto verso Dio, con un senso che è di trionfo e di miseria al tempo stesso, che si rispecchia nelle figure e negli atteggiamenti, tristi e superbi insieme, delle rappresentazioni manieristiche in generale, e di cui la Controriforma non è che una delle molte espressioni (Panofsky E. Op. cit. p.75). Il Classicismo, in rapporto all’epoca del Manierismo, venne a sentirsi come il Rinascimento s’era rapportato al Medioevo, cosicché, secondo i classicisti, l’arte arrivò alla decadenza con il Manierismo. La teoria delle Idee si orienta così verso la concezione per cui esse non fanno parte dell’uomo, ma si ottengono mediante la contemplazione della natura, diversamente da quanto proposto dal movimento iniziato dal Caravaggio, il “naturalismo”, condannato perché privo di Idee, copiando pedissequamente la natura fin nei loro difetti e riducendo l’arte ad una mera esercitazione. Proprio come la dottrina estetica della Rinascenza, la dottrina estetica del Classicismo afferma che l’Idea è una visione della natura ‘purificata’ dal nostro spirito, affrontando la questione del soggetto e dell’oggetto, dando un fondamento sistematico secondo un’impostazione cosmologica neoplatonica, e quindi in difesa da altri pensieri in circolazione. Si ritorna alla concezione Rinascimentale, dell’Idea come Ideale, originata dalla natura ma superandola per rendere l’arte stessa originale. Concludendo possiamo dunque dire che soltanto il Classicismo ha elaborato la dottrina delle Idee nel senso di una estetica normativa: nel periodo classico non corre una filosofia normativa parallela all’arte, ma piuttosto una teoria costruttiva dell’arte: nel Manierismo ricorrono né l’una né l’altra, bensì una metafisica dell’arte di carattere speculativo. Si potrebbe essere tentati di prolungare questi parallelismi fin nell’età più recente, giacché all’Impressionismo è legata una dottrina estetica che da un lato ha cercato di scrutare la fisiologia della visione artistica, dall’altro la psicologia del pensamento artistico, mentre l’Espressionismo, connesso al Manierismo per più d’un rapporto, viene corredato da una speculazione particolare, la quale si avvale di molteplici termini psicologici come ‘espressione’ o ‘esperienza’, ripiegandosi tuttavia entro quegli argini nei quali si teneva il pensiero estetico del secolo XVI, ossia una metafisica dell’arte che tenta di far derivare il fenomeno della creazione artistica da un principio soprasensibile ed assoluto o, come oggi sovente si dice, “cosmico” (Panofsky E. Op. cit. p.85).

Marco Santoro

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