Manualità colta?


di Marco Santoro Marco-Santoro

Idea e manualità (1)

 porta della scienza

 Quale rapporto lega idea e manualità? Questi due concetti, pur essendo ben distinti, hanno per secoli caratterizzato la società umana, legati da un principio di integrazione.

Allo scopo di offrire una chiara analisi, si prenderanno in esame campi in cui l’idea e la manualità hanno contribuito reciprocamente al al loro progresso, dando vita al passaggio dalla figura dell’artigiano a quella dell’artista. Questa indagine intende esaminare le diverse situazioni venutesi a creare con il progresso. Idea e manualità sono due princìpi che appartengono all’essere vivente. Il concetto di idea è stato ampiamente trattato dalla filosofia: esso è ,per semplificare, l’oggetto e il soggetto del pensiero sia esso convergente che divergente. Ma come si spiega che noi, pur vivendo ed essendo creature caratterizzate  dall’imperfezione, abbiamo la facoltà di costruirci forme ideali?

È  ben nota la teoria di Platone, secondo la quale le idee nascono dal ricordo di ciò che l’anima ha visto nell’Iperuranio; per il filosofo conoscere equivale a ricordare, in  quanto le idee, sia pur sfocate, le portiamo già dentro di noi ed  è necessario ogni volta un lavoro per tirarle fuori. Bisogna distinguere però fra idea e immaginazione, in quanto anche quest’ultima implica uno sforzo mentale. Argan (Argan, C. G., Progetto e destino, p. 21) definisce l’immaginazione  una tecnica generatrice d’immagine che popola lo spazio della mente. Mentre nel pensiero l’anima si rivolge a sé stessa e osserva le sue idee, nell’immaginazione l’anima si rivolge all’essere e osserva ciò che le è offerto dalla sensazione attraverso il corpo. Galimberti afferma che le idee non sono una faccenda di puro intelletto e, se non proprio come gli amori, anch’esse muovono le emozioni (Galimberti, U., Idee: il catalogo è questo, Milano, p. 9-10). In questa azione seduttiva delle idee è nascosta la loro forza di entrare nei nostri pensieri, renderli più disponibili a quel tentativo ultimo che si chiama comunicazione.

La manualità è l’espressione, mediante azioni esteriori, di un processo che ha origine con le idee. Essa è l’atto finale del ciclo delle idee, la sua chiusura. L’arte, attraverso la manualità, che non è solo della mano ma anche degli strumenti che la sostituiscono o la prolungano,  può avere forme che possono coinvolgere la scrittura, il segno, i suoni; si tratta di forme che appartengono ad un processo che parte dall’interno per poi svilupparsi all’esterno. Si raggiunge una buona manualità non perché si sappiano usare bene le proprie mani, ma perché si è sviluppato il rapporto tra l’azione interna e il corpo. Un vero artista è prima di tutto un pensatore. Il rapporto tra idea e manualità è consequenziale ma anche istantaneo.  Grazie ad esse l’uomo ha potuto progredire nella scienza, nell’arte visiva, nell’architettura, nella letteratura. A noi interessa l’arte visiva, ponendo l’attenzione sulla figura dell’artigiano e sulla sua capacità di entrare, forse meglio di qualsiasi altro soggetto, in questo rapporto. In passato l’arte era l’espressione più elevata e spirituale dell’artigiano, il quale, mentre nella sua attività quotidiana proponeva prodotti caratterizzati dalla semplicità e dalla serialità, nella sua massima elevazione proponeva un prodotto unico e irripetibile: l’opera d’arte. Del resto non tutti i lavori artigianali sono creativi ed esteticamente appaganti; ogni artigiano sente comunque il bisogno di rifinire l’oggetto andando oltre la funzionalità dello stesso. L’interesse ‘simbolico’ (quindi appartenente alle idee) superava quello tecnico-funzionale. È così che nasce la figura dell’artigiano-artista in possesso di una eccezionale abilità tecnica, capace di passare dalle mansioni pratiche a quelle più espressive. La sua abilità tecnica lo porta a produrre arte. Nel tempo, egli diverrà un punto di riferimento nella società intellettuale, tralasciando il puro artigianato per dedicarsi alla comunicazione. Ciò non escluderà il rapporto tra idee e manualità che, anzi, in questo nuovo contesto avrà la sua maggiore importanza. Nell’epoca primitiva, l’idea della divinità portava l’uomo a creare immagini, spesso mitologiche. L’idea si tramutava in oggetto prendendo forma di una scultura. La manualità era nella sua creazione, nella sua funzione e nella sua riproducibilità. Anche un oggetto non religioso aveva queste caratteristiche. Quando l’uomo ha notato che un oggetto concavo potesse essere utile a contenere dei liquidi ha sviluppato l’idea del bicchiere o del vaso: l’osservazione ha prodotto un’idea. Dov’è la sua manualità? Sicuramente essa si è sviluppata nel momento in cui l’uomo si è impegnato a ricercare la forma più adatta per l’uso o per la rappresentazione simbolica di una idea. Non sappiamo se egli avesse in considerazione questa sua scoperta come ‘progetto futuro’, ma possiamo affermare che la sua genuina intuizione  e la conseguente manualità hanno portato questa invenzione sino ai nostri giorni.

Quando un artista è nella fase di ideazione dell’opera, il suo atteggiamento è simile a quello dell’uomo inventore. Le sue idee nascono dall’osservazione di sé stesso, avendo la caratteristica di coinvolgere altre persone, rendendole partecipi della sue idee. Egli è simile ad una spugna che assorbe ciò che vede all’esterno per farlo proprio. Capire quindi l’artista pensatore è fondamentale per comprendere il rapporto tra idee e manualità, non solo per la corrispondenza tra idea e pensiero, manualità e artista, ma per il fine a cui esso giunge, cioè qualcosa che rimane nel tempo. L’atto di pensare aziona questo procedimento. In questa figura c’è qualcosa che và al di là dell’essere un semplice artigiano, c’è una spiritualità che sfocia in una sorta di ‘missione’ nei confronti della società. La spiritualità e l’elevazione hanno a che fare con la vittoria sulla gravità, e quindi il pensiero dell’artista è qualcosa di leggero che, se pur attingendo dal materiale, tende verso l’alto. L’artista, superando il concetto di semplice manualità, trasforma il fare in concetti e idee. Egli è capace di trasformare le idee in opere, e le opere in idee. Si potrebbe dire che l’artista miri alla completezza della sua opera, dandole un significato filosofico, sociale, religioso, politico e morale, come conferma della sua straordinaria personalità e conoscenza. Ma l’artista non sa se il messaggio trasmesso dalle sue opere venga sempre recepito dal pubblico, a differenza degli artigiani che debbono badare che il loro oggetto venga subito capito e usato. Il designer, a differenza dell’artista, non si preoccupa di dare spiritualità e unicità  all’oggetto: un bicchiere o un edificio hanno la stessa importanza. Egli non ha una visione personale del mondo, nel senso artistico, ma conosce i metodi per affrontare i problemi di progettazione. In un certo senso, il designer ha perso il concetto di manualità, cioè della formazione dell’oggetto, in quanto si preoccupa della sua progettazione affidando la produzione alle industrie. Il miglior passatempo dell’uomo è diventato la ricerca frenetica del progresso, che non è caratteristico solo della società moderna, ma ha caratterizzato anche le culture precedenti. Il progresso ha portato dei miglioramenti, delle conquiste e dei cambiamenti: molti affermano che la ‘conquista del tempo’ ottenuta con l’invenzione dell’orologio sia il passo più importante. Altri attribuiscono questo valore all’invenzione della stampa. Esse indubbiamente hanno esercitato un’azione decisiva sulla nostra civiltà, ma lo strumento per mezzo del quale queste invenzioni sono diventate epocali è la macchina. Si è arrivati così ad un punto di non ritorno, dove il collaudato rapporto tra idea e manualità giunge ad un momento di collasso. Mentre nel passato, come fa notare Argan (Argan, C. G., op. cit. p.13), “in principio era l’idea”, oggi si potrebbe dire che in principio è l’azione. L’idea era la teoria che informava la prassi, mentre dal Seicento in poi vi è un continuo prevalere della prassi sulla teoria, delle esperienze sulle idee. La teoria diventa teoria della prassi e l’idea diviene idea dell’esperienza.

L’ideologia alimenta il concetto di idee-forza, progetto d’azione, mentre l’utopia convince ad una società impossibile, ad un fantasma che non prenderà mai corpo, alla sfiducia dell’azione. L’utopismo genera sogni di una società tecnologica, fantascientifica in ogni campo essa sia applicata.  Ma, sempre come afferma Argan (Argan, C. G., op. cit. p.13), per la prima volta l’utopia minaccia di avverarsi, di farsi raggiungere e superare dai fatti. E l’epoca moderna è fondata sul progresso tecnologico. Ormai ci si affida a macchine che producono tecnica e prendono decisioni, non più alle idee e agli uomini. È  la macchina stessa che determina il divenire del progresso, la tecnologia migliora sé stessa volendo tendere alla perfezione. L’uomo vive una seconda genesi, la macchina creata dall’ uomo cammina sullo stesso suo percorso. L’idea della ripetizione identica e seriale può far parte delle idee dell’uomo se solo la macchina è in grado di ripetere esattamente una serie di movimenti? Queste qualità non appartengono all’uomo, sebbene esso abbia sempre portato al massimo livello le sue capacità. L’uomo è fatto per vivere e la ripetizione non è vita, è l’assenza dell’esperienza e della coscienza di sé.

In questa società caratterizzata dall’azione e dalla macchina, c’è posto quindi per la creatività dell’uomo? Potrà la macchina essere creativa per potere affidarle funzioni tipiche della nostra personalità?

Marco Santoro

(continua)

 

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