“Preferirei di no”.


di Angela Guardato Angela-Guardato

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E. Munch, L’urlo, 1893

Forse non tutti conoscono la storia del signor Bartleby.

Bartleby è il personaggio di un breve racconto di H. Melville, quello di Moby Dick, per intenderci. Bartleby viene assunto, un bel giorno, per lavorare in uno studio legale di Wall Street nella New York di fine ‘800. Bartleby fa lo scrivano. Fa il suo lavoro e basta, passivamente, non ha un nome di battesimo, non ha un passato, non mangia quasi nulla, solo focacce allo zenzero, non esce mai dall’ufficio, non accetta denaro, non accetta aiuto da nessuno. Non ha quasi una vita. Bartleby, a qualsiasi richiesta differente dal solito gli venga fatta, risponde perentorio: “Preferirei di no”. Poi, un giorno, comincia a non voler più svolgere neppure le sue precipue mansioni di scrivano e a rispondere: “Preferirei di no”. Il datore di lavoro, uomo fino all’arrivo di Bartleby sereno, mondano, ottimista e fiducioso, finisce spazientito per dover licenziare quell’uomo torvo che ha riempito il suo ufficio di negatività, diversità, asocialità. Ma Bartleby non vuole lasciare lo studio dove ormai vive, senza mai uscirne, da tanto tempo, e così il datore di lavoro è costretto a trasferirsi, cambiando, lui, studio. Anche ai nuovi inquilini, che gli chiedono di andarsene lui risponde “Preferirei di no” e saranno, loro, costretti a far arrestare Bartleby per vagabondaggio. Anche in carcere Bartleby parlerà pochissimo e finirà per decidere di rispondere “Preferirei di no” anche al mangiare, lasciandosi così morire di fame. Lasciando per sempre quel mondo a cui non era mai veramente appartenuto, e a cui non era mai veramente sottostato. Il vecchio datore di lavoro, dopo aver cercato di aiutarlo, e venuto a conoscenza del suo precedente lavoro, cioè occuparsi delle lettere smarrite, finisce per ipotizzare con tristezza che questo possa averlo portato alla depressione ed al suo stranissimo comportamento, che lo ha poi condotto alla morte.

Ebbene, Bartleby nel suo essere un anti-eroe per eccellenza, è un personaggio gigante. Anticipa sensazioni kafkiane assurdamente e claustrofobicamente senza speranza, ed esistenzialiste sartriane. Ma Bartleby è un po’ anche tutti noi. E’ una delle voci che ci portiamo tutti dentro. E’ un pezzo della nostra coscienza. Quella che vorrebbe dire di no, ogni giorno, a tante cose e però spesso non ce la fa. Quella che vorrebbe gridare, come l’uomo trasfigurato ne L’urlo di Munch, l’angoscia che ha dentro, e buttare all’aria tutta la società che lo schiaccia, che lo rende vittima e automa, che lo costringe a fare cose che non vorrebbe, a vestire maschere, a non pensare, a non sperare, a non sognare sogni troppo grandi, ad annullarsi, a dimenticare le proprie passioni per massificarsi. Bartleby è la vittoria del no, è la ribellione sommessa e sorniona operata da colui che vince su tutto ma che, come è ovvio che sia, finisce per annullare se stesso, volendo annullare il mondo di cui non ha mai veramente fatto parte. Perché se dici di no al mondo che ci sovrasta, finisci per non esistere più, per non essere più nessuno, per quel mondo, e così solo la morte può davvero suggellare quel distacco silenzioso e portentoso, che è quello operato da Bartleby.

E noi? Quante volte riusciamo a dire davvero di no? Quanto, veramente?
I miei alunni non sanno dire di no quanto dovrebbero: non lo dicono all’ignoranza che pare basti lo stesso per vivere bene in questa società, non ad una sbronza in diretta perché va di moda, non all’amore superficiale, perché così fa meno male, non a sorridere per non far vedere le lacrime, non al nulla di parole e sentimenti che avanza terrifico, come nel film ‘La storia infinita’ con le sembianze di un lupo feroce che si avventa su Atreyu per sbranarlo.
E invece no. Bisogna che lo dicano più spesso, di no. E che non abbiano paura anche di aggiungere che, proprio, ‘preferiscono’ di no. Lo so: non è facile. Non lo è per nessuno. Non solo per i ragazzi. Ma vale la pena di provarci, almeno ogni tanto.
Appena torno a scuola, la prossima settimana, gliela racconto subito, ai miei alunni, la storia di Bartleby.
E adesso: buonanotte.

Angela Guardato

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