L’arte è ricchezza


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

Pubblicato in versione ridotta su La Stampa del 10 Aprile 2014. Scritto da Giuseppe Campagnoli sotto pseudonimo.

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Dalle famigerate indagini OCSE PISA e dalle analoghe classifiche di stampo liberista internazionali si può capire chiaramente come sia trascurata quella parte essenziale delle conoscenze e delle abilità connessa con la creatività e il fare artistico che sono appannaggio, secondo gli studiosi, di almeno la metà del nostro cervello. Privilegiare solamente gli apprendimenti linguistici e logici, umanistici e scientifici ha condotto ad una specie di atrofizzazione cognitiva che ha fatto dell’arte e del suo apprendimento in Italia una specie di riserva per una genialità marginale che “malgré tout” è riuscita comunque ad avere un successo internazionale che, in altre condizioni, poteva essere moltiplicato per mille ed esportare le nostre buone pratiche accanto al nostro patrimonio inestimabile. E’ tempo, per tanti motivi, culturali, economici, storici ed anche, connessi con la salute psicofisica dei cittadini di colmare questa lacuna fin dai primi istanti di apprendimento e per tutto l’arco della vita, (ricordando che i talenti si costruiscono e si cominciano a consolidare nel periodo di vita da 0 a 5 anni) assicurando pari dignità ad un linguaggio che costituisce la terza fondamentale gamba della formazione dell’individuo anche e non solo a livello professionale. Per questo occorre più scuola in questo campo e un curricolo potenziato e reso almeno paritetico rispetto agli altri fondamenti dell’istruzione. Il punto fondamentale è che l’insegnamento dell’arte e del fare arte deve, come la lingua e la scienza articolarsi ed integrarsi nei vari gradi di studio e nelle varie tipologie scolastiche in modo unitario e modulare. Le già citate classifiche sulle performances internazionali, drammaticamente fondate su rigidi, parziali e anacronistici modelli economici, non si possono limitare esclusivamente al saper leggere, scrivere e far di conto trascurando del tutto la creatività e le abilità e competenze artistiche. Il problema si risolve solo transitoriamente con il palliativo di incrementare i piani di studio qua e là, correggendo ed integrando parzialmente i vari orticelli disciplinari senza vedere tutto il campo. Il curricolo dell’insegnamento di storia dell’arte e delle varie materie del fare arte dovrebbe partire dalla scuola dell’infanzia, rafforzarsi nelle scuole primarie e secondarie e nell’università dove comincerebbe a specializzarsi (con la stessa filosofia di base e la medesima impostazione pedagogica) per rispondere alle esigenze dei singoli indirizzi di studio e delle singole facoltà e assicurare un futuro ad un setttore così importante Della cultura, ma anche della economia italiane. Si costruirebbe così un modello unitario ed organico dell’insegnamento di un ambito disciplinare strategico per l’Italia (le arti figurative, i musei, il patrimonio culturale e artistico, il made in Italy, il design, la moda, la musica, il cinema e il teatro) senza creare inutili doppioni e gerarchie ( come ad esempio tra licei e istituti professionali e tecnici etc..) ma solo con specifiche curvature ad hoc per i diversi indirizzi (artistico, turistico, classico, etc..).

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