Riempire i vuoti


di Angela Guardato Angela-Guardato

Quando vado in giro, quando sono a scuola, quando sono in macchina, o passeggio col cane, insomma sempre, io osservo. Tutto. E penso. E’ più forte di me.
Mi accorgo di che giro fa una mosca in una stanza chiassosa e piena di gente, mentre ascolto cosa dicono le persone e colgo gli sguardi che si scambiano. Noto cose, insomma, come fanno in tanti.
E una delle cose che noto più spesso è questa: la gente, che poi siamo noi, riempie i vuoti. Sì. E lo fa continuamente.
Vuoti di tempo, di spazio, di affetto, di tutto. La gente riempie. L’horror vacui. Sempre lui, dietro l’angolo. La terribile paura del vuoto.

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F. Botero, Picnic, 1999.

I ragazzi che arrivano da soli a scuola, ma talvolta anche a lezione se non visti (cioè quando non possono parlare col compagno e dovrebbero ascoltare la lezione), tengono le cuffiette e ascoltano musica o trafficano col cellulare compulsivamente. E la gente adulta, che siamo sempre noi ma più grandi, che non può tenere le cuffiette, fa altro: parla, legge il giornale, prende il caffè, corregge i compiti: questo in aula docenti. Di fuori fa altro ancora: se c’è molto spazio, lo occupa mettendosi al centro; se c’è silenzio, canta; se sente un vuoto dentro di sé, lo riempie. Con cibo, vino, fumo, droga, un sacco di sport, un sacco di tatuaggi, regali, un cane, un gatto, un partner, più o meno adatto, un figlio. Così la sera la gente è bella stanca, piena, esausta, riempita, satolla, sazia e desiderosa solo di dormire, non certo di pensare, nel buio vuoto della notte, magari proprio a ciò che manca nella sua vita. Poi qualcosa verrà di certo fuori nei sogni, ma non importa: la gente è brava a dimenticarli poco dopo il risveglio, di solito, i sogni. E’ una forma di difesa dal subconscio che ci manda messaggi pericolosi!
E via che inizia un’altra giornata. Via a riempire di nuovo. Pur di non dover affrontare gli spazi vuoti e bui, dentro e fuori di sé. Perché il vuoto fa paura. Nel vuoto non c’è nessuno, sono solo; non c’è aria, non respiro; non ci sono strade né appigli, aiuto cado giù; non c’è luce, non vedo bene. Non c’è nulla nel vuoto, lapalissiano. E allora si cade, nel vuoto. Oddio. Si arriva in basso, nel profondo, e chissà se c’è una fine.

No. Meglio non rischiare. Chissà cosa c’è giù giù nel profondo. Meglio andare a dormire.
E in effetti ora vado anche io. E spero di addormentarmi presto. Ma, aspettate: prima, vado a prendermi un pezzetto di cioccolato fondente…

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