Repent e sin no more, Milano!


di Silvia Donati Silvia Donati è una coreografa di rilievo nazionale, insegnante in diverse scuole della regione Marche corsi di hip hop e modern jazz.

Mostra di AndyWarhol a Milano, Palazzo Reale (24 ottobre 2013 – 9 marzo 2014)

Una delle ultime opere di  Andy Warhol fu il ciclo di serigrafie “Repent e Sin no more” ovvero” Pentiti e non peccare più”, riferite a quel lato della religione cattolica che ha sempre puntato sul senso di colpa del fedele, e, nel momento in cui un artista “sente” l’arrivo della dipartita, eccolo qua ad espiare i propri peccati con delle opere che lasciano poco spazio all’immaginazione perché, proprio come un cartellone pubblicitario, ti invitano a pentirti finché sei in tempo. Non è un caso che nella produzione finale di Warhol questa serie di serigrafie sia stata accostata al rifacimento ossessivo/compulsivo de “l’ultima cena” di Leonardo da Vinci, quasi a voler firmare il saluto al pubblico, come tutte quelle persone che, in punto di morte, sentono il bisogno di avvicinarsi alla religione.

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Ed è proprio da qui che partiamo, dalla fine, da una delle riproduzioni de ”L’ultima cena” che occupa una delle pareti della mostra di Palazzo Reale a Milano, una parete intera per una sola opera, dalla parte opposta, su di un’altra tela di dimensioni enormi, la tecnica del camouflage, tanto cara a Warhol, è lasciata lì più da tappezzeria. Ci sarebbe da capire che sono quadri che fanno parte di una collezione, quella di Peter Brant (un ricco amico di Warhol) e della sua Brant Foundation e per questo motivo hanno tematiche, tecniche e interpretazioni diversificate, è difficile perciò creare un percorso logico che possa accumunare così tanta ecletticità, difficile ma non impossibile.

Dai pannelli esplicativi comprendiamo la tecnica, ma non la filosofia, di quell’uomo che ha saputo fare dell’arte un business e viceversa, di quell’uomo tanto attaccato al denaro da riproporlo in maniera seriale come le facce del Cristo dell’ultima cena, coca cola e religione sono sullo stesso piano, purché vendibili.

Le icone degli anni ’60 e ’70 compaiono come poster un po’ qua e po’ là, non c’è un criterio preciso, ma tutti sappiamo chi era Liz Taylor, ed è questo quello che conta.

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Le immancabili “Brillo Box” sono accatastate nel mezzo del percorso, come se qualcuno le avesse lasciate lì per riporle poi negli scaffali del supermercato, il pubblico ci gira intorno con aria sospetta. Appesi alle pareti i quadri con gli psichedelici fiori “pop” illuminati da luci ultraviolette, le spiegazioni a margine sono per lo più superflue, a tratti banali e, in alcuni casi, collocate talmente lontane dall’opera a cui fanno riferimento, che sembra di partecipare a una caccia al tesoro.

Personalmente ritengo che l’operato di Warhol non abbia bisogno di spiegazioni prolisse, renderebbe il tutto troppo didascalico, il voler a tutti i costi estrapolare un significato accessibile a chiunque è quanto di più sbagliato si possa chiedere al genio della Pop Art; quando mi trovo davanti ad un’opera e leggo che i materiali che la compongono sono: uno strato di vernice fresca al rame e… urina, posso ritenermi più che soddisfatta di non voler approfondirne altro in merito.

Ed è proprio questo che l’artista ci chiede: di non chiedere, di non farsi troppe domande e tantomeno troppe aspettative su quella che per antonomasia è una business art, un’arte popolare, per tutti e di tutti. Warhol rispecchia a pieno la cultura occidentale dell’epoca, quella dei mass media che impazzavano attraverso il tubo catodico, la diffusione dei messaggi ridondanti e ossessivi dei cartelloni pubblicitari e dei manifesti tipici dei cortei hippy, gli stessi hippy che assumevano droghe e sotto effetto di queste raggiungevano un atto creativo, di qualsiasi tipo, accolto a braccia aperte nella famigerata e frequentatissima Factory.

La Pop art è figlia del suo tempo in tutto e per tutto, nelle immagini, nei film, nelle foto e negli oggetti d’arte, ha lasciato il segno, quel segno rimarrà indelebile e traducibile nei decenni successivi come una testimonianza sacra. Ne riconosceremo la “paternità” come possiamo riconoscerla in una scultura di Michelangelo o in un volto di Leonardo, perché è leggibile e accessibile proprio come le opere del passato.

Ed è proprio il passato che fa capolino, seppur in maniera Pop, attraverso foto di repertorio di personaggi famosi che negli anni ’60-’70 hanno frequentato la Factory o Warhol in persona, attori, scrittori, sportivi, coreografi, musicisti tutti immortalati dallo stesso obiettivo e tutti catalogati in un’unica sala come in un museo archeologico, incorniciati, in fila, in bianco e nero.

Resta dunque un po’ di amaro in bocca quando si piomba letteralmente nel bookshop, perché è difficile capacitarsi che la mostra sia già finita. Probabilmente per un pubblico digiuno da “zuppe Campbell” può essere abbastanza, in effetti si è visto di tutto un po’ o meglio, molto poco di tutto, ma se si va appena appena più a fondo, in quella che è la vera filosofia di Warhol, diciamo che come antipasto non ha sfamato i nostri appetiti, figuriamoci come ultima cena.

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Silvia Donati

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