Sleepnomore


di Silvia Donati Silvia Donati è una coreografa di rilievo nazionale, insegnante in diverse scuole della regione Marche corsi di hip hop e modern jazz.

E’ il tuo ventinovesimo compleanno, sei nella Big Apple, in vacanza, due dei tuoi migliori amici ti danno il loro regalo, “Macbeth” di William Shakespeare, rigorosamente in lingua originale e un biglietto di auguri: “Ore 11.15 Venerdì, vestiti comoda, è ora di uscire dalla tua comfort-zone”.

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Perché Macbeth? Ho un vago ricordo della trama, perché mai dovrei vestirmi comoda? Dove vado? Sono una coreografa, probabilmente mi hanno regalato un biglietto per uno spettacolo, ma perché tutto questo mistero? Nessuno osa rispondermi, la mia unica raccomandazione è non volere né Babbo Natale né persone mascherate perché mi terrorizzano… e poi in fin dei conti si sta bene nella comfort zone, no?

Venerdì 10 Agosto siamo fuori da uno dei tanti enormi palazzi Newyorkesi nella zona di Chelsea, una lunga fila di donne e uomini vestiti in abito da sera, accostamenti bizzarri, si riconoscono i turisti, ovviamente i più casual, l’unica cosa visibile è un enorme portone nero con un altrettanto gigante bodyguard in smoking che fa entrare il pubblico scaglionato, il tutto è ancora così incomprensibile, si respira la frenesia, l’emozione e la curiosità, per me sono attimi di adrenalina misto a terrore, alla paura di non conoscere. Io, nella mia comfort zone, conosco sempre tutto forse troppo.

E’ il nostro turno, un lungo corridoio ci accompagna al guardaroba dove si deve obbligatoriamente lasciare cellulari portafogli e borse… (la cosa si fa sempre più losca) continuiamo a camminare e due tende di velluto rosse si aprono in un bar in pieno stile anni ’20, una cantante nera, sul palco, accompagnata da una piccola orchestra jazz accoglie il pubblico, le persone sorseggiano drink, la luce è soffusa, la musica fa da sottofondo ad una strana situazione, ad una realtà completamente diversa, l’atmosfera in un attimo cambia radicalmente, come il protagonista di Midnight in Paris mi sento catapultata in un’altra epoca. Non ho tempo di realizzare se i clienti del bar sono attori o meno, che vengo subito accompagnata in una sala più piccola da un aitante attore che con fare molto suadente ci mostra le “regole” di questa folle serata: prende da un tavolo una pila di oggetti bianchi e inizia a distribuirli, ho delle persone davanti e non capisco cosa stia maneggiando, ecco che arriva anche in mano mia… è una maschera, una maschera veneziana stilizzata, ci spiega che andrà indossata per tutto il tempo e mai MAI tolta, per nessuna ragione al mondo; come seconda regola categorica ci impone il silenzio assoluto per tutto il tempo dell’evento. – Ma io ho paura delle persone mascherate!!!! a me non piacciono!!! –

Ora siamo tutti uguali, ho ormai perso anche i miei amici… da “Midnight in Paris” ad “Eyes Wide Shut” in un secondo.

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Una quindicina di persone stipate in un ascensore al quale hanno coperto i tasti, in gruppi di tre veniamo tutti lasciati a mano a mano, in piani diversi, io sono tra gli ultimi, ho recuperato uno dei miei amici e lo seguo come se fosse la mia unica ancora di salvezza. Un corridoio completamente buio, sembra l’ingresso di un labirinto, delle piccole fessure nelle pareti, in basso, fanno entrare una fievole luce rossa, il respiro si fa più pesante, vorrei poter parlare per esorcizzare la paura ma il silenzio è d’obbligo, mi limito ad afferrare la maglia del mio amico come quando da bambina vidi per la prima volta Babbo Natale e completamente terrorizzata mi abbarbicai su mia madre. Nessun suono, rumore o parola, buio e silenzio, il tunnel finalmente si apre in una sorta di ballatoio, la stanza è arredata con mobili antichi, quadri alle pareti, luci soffuse, odore di legno, di polvere, intorno solo gente in maschera, come me. Iniziamo ad esplorare le stanze, una di queste è lunga e stretta, in fondo un enorme crocifisso, ai lati inginocchiatoi da chiesa, ai piedi della croce una Bibbia, in inglese, tutto troppo strano, troppo silenzioso; animali impagliati, divani rococò, tre scalini ci portano in uno stanzone in penombra, letti in ferro, probabilmente un dormitorio, non riesco a collocare una situazione, una storia, a capire il perché del Macbeth all’interno di un’atmosfera Noir, c’è ancora molta confusione e l’odore, quello strano odore, si fa sempre più forte.

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Di nuovo sul ballatoio, trovo una sorta di palchetto, cosa a me familiare visto che il teatro è un po’ la mia seconda casa, quest’ultimo affaccia su una enorme sala da ballo che ha per fondale un lunghissimo tavolo con una tovaglia bianca, ecco comparire i protagonisti e prendere posto, sì, sono decisamente gli attori, non hanno le nostre maledette maschere bianche, sono vestiti con sontuosi abiti da sera, sembra di assistere alla versione contemporanea e “vivente” dell’ultima cena di Leonardo, ai due capi della tavola un uomo e una donna, lei ha un abito nero luccicante, lunghi capelli rossi mossi lo sguardo fisso verso lui, che in smoking, non muove ciglio, mi accorgo poi che anche tutti gli altri commensali sono immobili c’è un susseguirsi di soli cambi di luce, colori forti, verde, ora rosso poi giallo, fari posti lateralmente che creano ombre ma soprattutto situazioni, la musica è assordante, è un’unica lunga nota che entra nelle ossa, i protagonisti da fermi eseguono delle azioni in pieno slow motion e catturano completamente la mia attenzione in quanto penso, finalmente, di poter trovare una spiegazione logica a tutto ciò. Ovviamente non sarà così.

Mi allontano dalla scena e inizio a girare per i piani, arrivo all’ultimo e in una nuvola di fumo immersa nella penombra mi trovo a camminare in un labirinto di rovi bianchi alti due metri, la luce, blu, in certi punti è fastidiosa, in alcuni angoli ancora animali impagliati, lupi, orsi, da una piccola casupola di legno esce una delle attrici, dice qualcosa all’orecchio a una persona del pubblico e lo accompagna dentro chiudendo la porta dietro di lei, tutto ciò non mi piace, il passo si fa spedito, i rovi sono sempre più fitti e la visuale sempre meno chiara, voglio ritornare alla luce.

Al piano di sotto trovo una ragazza in abiti vintage correre con una valigetta in mano, la seguo, entra in una sorta di studio, si avvicina alla scrivania, suona il telefono, risponde, passa il telefono a uno degli spettatori poi prende una foto in bianco e nero, scrive un biglietto, lo firma e se ne va… apro il biglietto e nell’intestazione capisco che mi trovo all’interno di uno studio di un detective in cui posso consultare libri, utilizzare lenti di ingrandimento, qualsiasi tipo di oggetto, ma non è ora il momento.. dove stava andando lei così tanto di fretta? Eccola entrare in una casa, la sala da pranzo è piccolina e accogliente ma lei si catapulta nella sua camera da letto, freneticamente riempie la valigetta con qualche vestito e dei contanti, poi se ne va…

– Macbeth in vintage all’interno di una location con detective e lupi, tutto ciò non ha senso! –

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Mi ritrovo a seguire masse di persone in maschera perché erroneamente penso possano aver capito qualcosa più di me, ma ecco che proprio in direzione opposta al mio percorso arriva la signora dai capelli rossi, che completamente ubriaca trascina un ragazzo del pubblico in una stanza con delle vasche da bagno, si spoglia, piange, urla qualcosa di incomprensibile, pulendosi le mani sporche di sangue, esce dalla vasca chiedendo aiuto, uno degli astanti le getta addosso un enorme mantello , lei continua a piangere e tremare, io, non ce la posso fare…

Ok, il panico è totale, seguire altre persone non aiuta, l’aver vissuto per vent’anni dentro ai teatri ancor meno, meglio andare dove ci porta l’istinto, così possiamo sempre dire di aver sbagliato per causa nostra: eccomi di nuovo sul ballatoio, la sala da ballo ora è piena di abeti, saranno almeno 30, tutto è in ombra quasi al buio, una luce bianca, fortissima, irrompe da una porta in basso, succede qualcosa ma dalla mia posizione non capisco, non ho il coraggio di raggiungere il piano di sotto, e se mi rapiscono?

Di corsa, ancora scale, ancora nuovi piani, capito in un bar, proprio come quello dell’ingresso, questa volta però il palco è vuoto, la luce proviene da una piccolissima lampada e illumina un decimo di tutta la stanza, come arrivare a spettacolo finito. Ecco però entrare una donna in abito da sera rosso con un lungo strascico, molto lentamente prende dal bancone delle posate le poggia su di un pianoforte a coda, “cattura” uno spettatore trascinandolo in una stanza e si chiude dentro a chiave – pura follia!!! –

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L’ennesimo nuovo piano inesplorato, una camera da letto enorme con una vasca nel mezzo, ecco la donna dai capelli rossi, ora in sottoveste nera, ballare col suo uomo, è uno scambio di energie, c’è comunicazione solo attraverso il movimento, è evidente che stanno litigando, saltano da una parte all’altra della stanza obbligando gli spettatori increduli a spostarsi per non rovinare la scena, si assiste ad un litigio e non ci si sente in colpa di farne parte passivamente, è una sensazione strana, si rincorrono, si picchiano, lui la prende e la lancia sul muro, lei resta lì in sospensione e ricade a peso morto sul letto, nessuno fa nulla, tutti ad aspettare come andrà a finire, lui, all’improvviso, scappa, alcuni degli spettatori lo inseguono. Io no,resto, sono una ballerina e voglio vedere ora come reagisce lei, da sola. Eccola impazzire, non avevamo ancora visto nulla, una donna in preda a una crisi che si dimena in una stanza diventata troppo grande per lei, capisco ormai di trovarmi di fronte a Lady Macbeth, si arrampica su degli scaffali aiutandosi con dei cassetti aperti, riappare da dietro un vetro, si veste, indossa l’abito lungo di prima, quello della cena, inizia a comunicare solo con i gesti, una donna impazzita dentro un acquario, lo prende a pugni, urla, intorno a me sempre le solite maschere bianche immobili, un universo parallelo. Di nuovo lui, Macbeth, di corsa, completamente sporco di sangue, lei lo aiuta a spogliarsi e lo lava nella vasca da bagno, si torna alla calma apparente.

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Il mio cammino è ormai inarrestabile devo collegare gli eventi, i personaggi e soprattutto le situazioni, la musica nella sala da ballo cattura la mia attenzione, ora decido di scendere in pista, una donna di colore, alta, magra, prende gli abeti e inizia a spostarli per lasciar spazio alla festa, rientra nella sala aprendo le braccia in una camminata lenta, dalla porta laterale con lo stesso gesto si aggiunge prima una ragazza vestita di un verde smeraldo e subito dopo di lei un uomo, anche lui come le altre innalza le braccia. Iniziano una sorta di rituale, è un incontro strano, ballano ma comunicano e io sono lì a un metro da loro, ad aspettare la prossima scena. Pian piano tutti i commensali raggiungono la sala fino a incontrarsi in un ballo di coppia, nessun valzer viennese, né tango, persone che interagiscono con cambi di peso e utilizzo di leve, tutto con il corpo, donne e uomini, uomini con uomini, finalmente mi rilasso, il senso di inquietudine mi abbandona e mi sento partecipe della scena quasi da desiderare che qualcuno dei ballerini mi venga a prendere per mano; dietro di me sbuca la cameriera con un vassoio con dei bicchieri, inizia a servire gli ospiti e una di questi, in dolce attesa, sviene proprio ai miei piedi, la rianimano, lei si rialza e corre via, la inseguo, la musica cambia repentinamente, mi giro di nuovo verso la sala da ballo, sono rimasti due uomini che si sfidano con una break dance in stile noir… – la gestante può aspettare –

Ormai sono dentro alla storia, le cose sono un po’ più chiare e finalmente mi diverto, salgo le scale sono di nuovo sul ballatoio e un gruppo di mascheroni sta entrando in un’altra camera da letto, lo seguo, una governante mette a letto il suo padrone, lui si alza e va via, lei rientra in camera, e non trovandolo inizia a ballare sul letto forsennatamente, esce di corsa, la seguiamo, di nuovo lui dall’altra parte di una porta, a separarli una grata, la porta si stacca, magicamente inizia un passo a due di corpi che utilizzano quest’ultima come fosse un arto e non un ostacolo, lui infila il braccio nella grata e afferra il collo di lei, ballano, proprio come al piano di sotto, lui piega la sua schiena e sorregge lei arrampicata sulla porta, tutto è naturale tutto sembra già visto già sentito – io non ho più parole –

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Di nuovo la tipa con la valigetta, ora è nella hall di un hotel, nella stesa stanza la gestante si guarda allo specchio e coprendolo scompare, la signorina vintage invece inizia un dialogo con l’uomo che da dietro al bancone della reception balla afferrando la ragazza e facendola balzare da un lato all’altro, dietro di me, alcuni degli spettatori sono seduti su poltrone a leggere libri, altri sorseggiano whiskey al bar, tutti si sono ambientati fin troppo… nel silenzio dei corridoi il rumore dei passi delle persone del pubblico distoglie continuamente la mia attenzione finché non mi convinco a seguirne alcuni che mi riportano al tanto caro ballatoio, di nuovo lì su quel palchetto mi godo la scena finale, tutti i protagonisti sono di nuovo seduti al tavolo, luci rosse, verdi, slow motion, Lady Macbeth indica all’altro capo del tavolo suo marito, tutti si scostano e sempre lentamente mettono proprio lui in piedi su una sedia, la sedia stessa è sul tavolo, Macbeth di fronte a tutti afferra un cappio dall’alto.

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Buio

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Si riaccende la luce sul salone, una musica anni ’20 inonda la stanza, io sto aspettando che tutti inizino a ballare… mi bussano sulla spalla: “Miss, the show is over”.

 © Silvia Donati 2013

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