Lectio Brevis


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

LECTIO BREVIS

di

Giuseppe Campagnoli

Breviario sulla scuola italiana 

LECTIO BREVIS

Copyright  2009, Giuseppe Campagnoli

ISBN 978-1-4457-5659-2

Tutti i diritti sono riservati.

Edizione riveduta e aggiornata 2014

INTRODUZIONE

Questo scritto è il risultato artigianale di una proposta che doveva confluire in un libro da pubblicare alla scadenza degli obiettivi che l’Europa, nella Conferenza di Lisbona del 2000, si era prefissata di raggiungere nell’educazione e nell’istruzione entro il 2010. Il saggio elaborato a “quattro mani” da me e da un amico che ringrazio per avermi accompagnato in questa fatica per oltre un anno e mezzo e che non ha trovato interesse nei nostri blasonati italici editori. I miei capitoli, dopo i numerosi grandi rifiuti, sono stati raccolti in questo saggio, insieme ad altri scritti che ricompongono un racconto della mia vita di architetto, insegnante, dirigente scolastico e consulente del Ministero dell’Istruzione. Questa edizione è l’ultima aggiornata al 2014.

L’idea originaria per un libello in tandem sarebbe stata buona, ma gli editori cui ci siamo rivolti, con la solita ipocrita formula “non rientra nelle nostre attuali linee editoriali” l’hanno bocciata senza appello, salvo aver poi pubblicato libri alla moda sulla scuola, pamphlet costruiti a tavolino da ghostwriters e giornalisti che trattano di scuola persentitodire, da scrittori improvvisatisi esperti della materia, trattata spesso come un gossip.     Ecco alcuni pedagoghi dilettanti che hanno scritto di scuola (li cito intenzionalmente senza dividere il grano dall’oglio, che è abbondante e invito anche voi lettori a discernere): Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Gianfranco Giovannone, Mario Giordano, Giovanni Floris, Paolo Mazzocchini, Andrea Bajani, Frank Mc Court, Gianni Resti, Chiara Friso, Vittorino Andreoli, Orazio Niceforo…

E la Litizzetto? E Giorgio Faletti? E Bruno Vespa? Che cosa aspettano? Dov’è il loro libro sulla scuola?  Più realisticamente, allora ho preferito percorrere la via dell’autopubblicazione. Spero di poter far giungere le mie idee più lontano possibile.

UN’IDEA DI SCUOLA.

Quando si è condannati a errare nel mare del contingente, sembra che solo il presente sia la guida di tutte le azioni e anche nella scuola, che per principio dovrebbe essere proiettata verso il futuro, con un benefico strabismo rivolto al passato, il consumo e l’effimero si stanno consolidando in connessione con una cultura dell’impresa sempre più in voga.

Mi sto convincendo del fatto che una cattiva strada presa con incertezza oltre dieci anni orsono, nel porre le premesse per una nuova scuola, sia stata percorsa in una altalena di estremi liberisti e di utopico liberal progressive.Ma comunque sta prevalendo l’immagine e la comunicazione per la competizione: dalla singola scuola fino a tutti i livelli dell’ amministrazione, dove il pensiero ormai unificato anche politicamente genera tanti epigoni che gareggiano a essere più realisti del re o della regina forse anche nel timore, visti i tempi di volta in volta maccartisti a destra o a sinistra, di essere “dimessi” o peggio.

La scuola da sim-bolica diviene dia-bolica: si accentuano le separazioni linguistiche e fattuali nella pseudopolitica, nella pseudopedagogia e nella pseudoeducazione e gli italiani si dividono idee contrapposte di istruzione, di morale, di educazione: una idea fondata sulla libertà di pensiero e una fondata sulla restaurazione di valori che l’illuminismo, la rivoluzione francese e la costituzione italiana ci avevano illuso di aver superato e cancellato.

L’unica salvezza sarebbe tornare all’essenza del verbo e agire in coerenza con i significati testuali dei fenomeni e della storia, della politica (quella della polis) della cultura e della democrazia (quella della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza: parole rivoluzionarie anche solo nell’essere realmente riformatrici).

Nel tentativo di rifare una qualsiasi forma d’istituzione c’è chi può anche glissare sul contenuto (è quello che sta avvenendo) e riplasmare una cosa vecchia, spacciandola per il futuro.

La politica della scena, del risparmio a tutti i costi e la burocrazia, quando vanno d’accordo, sono insuperabili nel giocare con le parole, che insieme alle immagini sono, ahimé, il nuovo oppio mediatico dei popoli del mondo.

Non è citando un generico spirito e una non meglio identificata morale, sottovalutando i principi costituzionali nazionali e universali (globali?) di libertà e uguaglianza, di pari opportunità , di religiosità e laicità che si fondano la nuova società e la nuova scuola. Infatti, la scuola è di per sè navigazione e narrazione. La scuola è luogo di dialogo con la realtà, la storia, la natura e l’altro da sé. Essa è osservazione, riflessione e azione e ancora osservazione. Un diario di bordo di questo cammino di vita è insieme storia e progetto, non una fredda lista di cose da fare, ma nemmeno una semplice apertura di credit.È, invece, traccia di ricerca e scoperta verso tante rotte per altrettanti orienti. Vagheggio la schola come otium, autonoma e quieta, indifferente perché disinteressata e lontana dai lidi del mercato e dalle catechesi di qualsiasi parrocchia. È questa una idea di scuola introversa, perché dentro ognuno di noi maestri e dentro ogni discepolo si prefigurano mete possibili e probabili: mai presuntuosamente certe, perché pur sempre dentro sono i misteri della natura e dello spirito che si confondono e giocano con tutti noi.

Non uno solo deve allora essere l’approdo non unica e predestinata la meta: molti segni da “in-dicare” e parafrasi per un divertissement di citazioni su altre citazioni, in un distillato testuale che propone ulteriori riflessioni migranti verso il futuro, navigando a spirale al di là delle secche delle certezze integraliste fondate sull’utilità del consumo, spesso dissimulata da populismo sedicente libertario e dal liberalismo a usum delphini sempre conditi di dogmi e precetti laici o confessionali.

Diceva Ivan Illich:

“credo che l’attuale crisi imponga un ripensamento del concetto stesso di scuola…”

 

“la politica progressista e il culto dell’efficienza non possono confluire per dare sviluppo alla scuola…”

 

“ogni scuola come embrione di vita comunitaria…che rifletta la vita della società e sia permeata dello spirito dell’arte, della storia, della scienza…”

 

“una scuola non fondata sui principi di una ideologia che pone al primo posto la crescita economica comunque…”

 

“…il dissenso a volte nasconde e a volte scopre le contraddizioni insite nell’idea stessa di scuola…”

 

“…il dibattito in corso sull’avvenire dell’istruzione, nonostante la sua retorica e il suo clamore è più conservatore di altre discussioni in atto in altri settori della vita pubblica…”

 

“…gli innovatori dell’istruzione sono convinti che la scuola debba funzionare come un imbuto per i programmi, le indicazioni e le prescrizioni da loro predisposti…”

 

“una riforma dell’istruzione presuppone un diverso orientamento della ricerca e una diversa comprensione dell’aspetto pedagogico di ogni cultura emergente…”

 

“…la libertà non può ridursi a scegliere tra varie “merci” preconfezionate…”

“…ciò di cui abbiamo bisogno è un sistema che permetta a ognuno di definire sé stesso apprendendo e contribuendo all’apprendimento degli altri…”

Le citazioni non sono casuali, ma rappresentano tappe fondamentali della mia vita nella scuola. In questo piccolo sforzo letterario c’è una storia semiscientifica e semiseria, ma rigorosamente biografica, per far capire come la scuola di oggi e di ieri abbia contribuito a formare le coscienze degli italiani nel bene e nel male, quando sia stata forte e presente, assente o velleitaria, dogmatica e classista, autoreferenziale o disforicamente eclettica.

UN’AUTOBIOGRAFIA SCOLASTICA.

 

Non ho frequentato una scuola materna, ma ho avuto insegnamenti materni e paterni, oltre che bucolici, avendo vissuto da 0 anni a 11 anni nel giardino della mia casa-scuola, giardino rurale di S.Croce.

Ricordo le passeggiate tenendo al guinzaglio mucche al pascolo che mi salutavano con le loro lingue raspose come enormi cani da passeggio! La scuola elementare fu il naturale proseguimento degli insegnamenti tra natura e cultura, con un padre maestro amante dei numeri e della filosofia e una madre maestra amante della musica e della poesia, ma soprattutto del teatro. I miei fratelli condividevano questa specie di comune educativa familiare che si allargava agli altri allievi che, a piedi, raggiungevano la casa-scuola dalle campagne circostanti e avevano sempre qualcosa da insegnare. La solitudine della natura e del pensiero attraverso il rigore magistrale di mio padre e quello dolce e severo di mia madre hanno qui avuto origine e, in qualche modo, costruito la mia controversa personalità, che ha attraversato la vita in alterne fasi artisticamente trasgressive ed edonistiche o rigorosamente etiche e conformiste.

Solo ora, nella terza età, abbandonando un lavoro sostanzialmente insoddisfacente, sono alla ricerca, attraverso il passato, senza rimpianti, della mia originaria creatività trasgressiva e prepotente! La scuola mi ha sempre accompagnato non come aspetto marginale o strumentale. Ogni luogo e ogni attività è stata sempre legata in qualche modo alla scuola.

Natura e scuola; poesia teatro musica e scuola; architettura e scuola; arte e scuola, amore e scuola! Il privato si è, invece, spiegato in direzione spesso opposta, spesso utilitaristica: a soddisfare solo una delle mie due anime: quella tranquilla e razionale, quella della prosa che consentiva, solo a tratti, di riaffiorare, spesso con prepotenza, all’anima poetica, drammatica, visionaria e passionale che pochi oggi conoscono perché è un mio grande segreto incolpevole e sacro.

La passione per la scuola è legata a episodi importanti della mia vita: un libro, una dedica, affinità platoniche che mai avrebbe potuto essere altrove e che ritrovo in alcuni momenti cruciali di pensiero e di memoria.

La legge del contrappasso mi ha fatto abbinare una vita sentimentale più banale, più prosaica, come a cercare il rovescio della mia medaglia. Viene, comunque, il momento di un’eredità che si costruisce inaspettatamente e consente di coltivare ancora passioni e amori intellettuali.

Un’eclettismo irrequieto che mai si è rassegnato ad affrontare solo una strada.

Con la Scuola sempre e comunque in sottofondo per i miei ricordi di scolaro, di studente liceale, di universitario, di docente, di preside, di uomo.

IL DESTINO IN UN LUOGO.

 

É proprio in quella scuola rurale della mia infanzia, casa e bottega familiare, che ho iniziato a sbirciare nei titoli della pedagogia praticata e nei discorsi educativi, sedimentando figurazioni, ricordi e creatività, tanto da superare la parentesi classica che rappresenta un punto fermo nei miei ricordi di studio e di crescita, per una proiezione entusiasta, da umanista creativo, nello studio dell’architettura che non consideravo disgiunta dalla mia idea di scuola o di casa o di città o di vita tout court.        Per questo ringrazio i maestri, prima ancora dello spirito che della forma, dell’insegnamento che della pratica progettuale.

I segni continuavano con le prime esperienze architettoniche: la tesi sugli spazi universitari, il progetto per una scuola d’infanzia, per una scuola media ideata e costruita come vero locus per maestri e discepoli, condivisa e vissuta.

Poi, la spinta a insegnare l’arte, passando anche da una parentesi, non propriamente ingenua, sulla descolarizzazione del mondo. Quasi un ventennio di architettura fatta e di scuola praticata e pensata, tra superficiali pedagogie rivoluzionarie, didattiche scientifiche, psicologie rampanti e riforme imminenti.

Da sempre convinto anfitrione di una nuova scuola d’arte e di un’ arte della scuola, quando la mente era svuotata da burocrazie quotidiane e pianificazioni scolastico-aziendali, riuscivo a pensare che la memoria del mio primo maestro del fare poeticamente l’architettura, anch’essa, ahimé, divenuta preda del mercato, fosse la stessa del fare scuola. Progettare con la storia e con quell’idea dell’imprevisto prevedibile e poetico, dell’immaginazione e della creatività, fosse l’agire più prossimo alla relazione umana della scuola.

Essa rappresenta, infatti, tuttora il luogo fisico e intellettuale autonomo culturalmente e giammai asservibile a un’efficienza da macchina. Pensare alla pedagogia come architettura della crescita umana attraverso la memoria e la consapevolezza del presente può essere la prospettiva del futuro dove i saperi diventano essenziali, perché appunto fondati sull’instabilità produttiva dell’errare e non sulle certezze senza scampo del dogma e del programma. Attraverso l’insegnamento del fare artistico, che non è programmabile per definizione, ma è mutante e non è anestetico. È, infatti, proiettato in avanti dai sensi, con la spinta della memoria e dei continui momenti di provocazione, a curarsi dell’intelligenza della fantasia e della logica dell’immaginario.

In questo delirio che non si accontenta dell’autonomia prossima ventura, e forse non se ne fida, credo ci sia una speranza di libertà dell’insegnare e dell’insegnare a insegnare che deriva dall’aver progettato con gli allievi e non su di essi e dall’aver raggiunto mete, sempre provvisorie, non banalmente misurabili, ma apprezzabili per gli effetti di crescita personale e di consapevolezza di se stessi e del reale.

Le letture notturne, scampoli di un ossessivo presenzialismo imposto da un ruolo che si distanzia sempre di più dalle aule, mentre si sommerge di carte, mi hanno convinto a riflettere sulle vite dei giovani che ci passano accanto. E vedo adolescenti programmati dai media e dal consumo, ma, purtroppo, anche dalla scuola, che vi si adegua quando non si accorge del suo, ridotto, banale, ruolo addestrativo e si incammina verso un mondo che la chiede sempre più gregaria dell’economia, dell’immagine e della insana competizione che molti oggi chiamano merito. Essa spesso non si accorge neppure del consolidarsi di un’idea di “efficienza, efficacia ed economicità” che piace al mercato globale, perché gli è funzionale quando è diretta da managers formato azienda e curata da docenti perfettamente omologati alle scienze e alle tecniche della psicologia e della didattica e alle istanze morali di moda degli sciagurati revival di dio, patria e famiglia. Quando non diventa palese strumento di potere per lasciare gli ignoranti all’ignoranza e i poveri alla povertà: lo status quo del liberismo fondato sull’elemosina dei ricchi verso i poveri sic stantibus.

Ho provato sgomento nel leggere il futuro della scuola tra le righe del Piano “Goals 2000” e di quello bipartisan del “No child Left behind” del Dipartimento dell’educazione nordamericano dove vengono elencati standards, obiettivi e pianificazioni che noi ancora rincorriamo. Meno sgomento provo nella lettura delle promesse di Barack Obama e qualche speranza anche per la vecchia Europa! Si partiva da uno slogan emblematico: Schools are strong, safe, disciplined, and drug free    per prospettare la scuola del terzo millennio, annunciare l’educazione globale e un computer su ogni banco!

La mia convinzione è che sia meglio l’ errare del dubbio sistematico, di troppe pragmatiche certezze, nella speranza che comunque sia, alla fine, l’uomo a conquistarsi spazi per una autonomia della cultura, dell’educazione e dell’apprendimento, non trascurando comunque l’aspetto positivo di tutti i momenti di crisi e di tensione innovativa né l’uso, puramente strumentale, delle nuove tecnologie.

Chiudere le scuole?

Chiudiamo le scuole. Proponeva Papini nel 1914: una provocazione certo, ma in un contesto storico e politico non dissimile, mutatis mutandis, da quello attuale.            Più tardi anche Ivan Illich si sarebbe mostrato sicuro della necessità di descolarizzare la società per rallentarne il deleterio progresso! Che avessero entrambi ragione? La storia degli ultimi trent’anni non va nella direzione del conservare questo baraccone. Ma sono comunque da preservare le buone intenzioni e le buone pratiche anche se spesso ne è lastricata la via per l’inferno!

Scriveva Papini, tra l’altro, nel suo pamphlet:

“…Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che da sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello?”

“Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano”.

 

“Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali”.

 

Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni da istruire per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.Quali?Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani”.

 

“Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.Nessuno – fuorché a discorsi – pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non ci pensiamo più.

L’uomo, nelle tre mezze dozzine d’anni decisive nella sua vita (dai sei ai dodici, dai dodici ai diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per vivere, di libertà.Libertà per rafforzare il corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici possono maledire giustamente le scuole e chi l’ha inventate!)

Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla di importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà.         

Nella quale ognuno s’inserisce a modo suo e sceglie quel che gli è più adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme ch’è l’insegnamento.

Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati – l’immobilità fisica più antinaturale – l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare – lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili – e l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi.”

 

“La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano.

Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.”

“Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari. (I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama sono stati spesso i “primi” della classe).La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena passati gli esami e ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e ricominciare da capo”.

 

“È meglio non saper né leggere né scrivere che saper leggere e scrivere, e non essere capaci d’altro”.E più giù: “Chiunque è passato per tutti i gradi regolari d’una educazione classica e non è diventato stupido, può vantarsi d’averla scappata bella”.

 

“La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco.Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!Si parla dell’educazione morale delle scuole.

Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari è questa: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni e compagni.L’unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine.Bisogna chiuder le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e accademie; scuole di commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione; politecnici e magisteri.

Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative.

Ci saranno più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più salute e più gioia.L’anima umana innanzi tutto.   

È la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato.

Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.

Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte”.

Occorre riflettere su queste profetiche parole.

CONTINUA NEGLI ARTICOLI

Photogen_AEF015

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...