Una storia italiana


di Giuseppe Campagnoli Giuseppe-Campagnoli

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C’era una volta un legionario liberto e analfabeta di ritorno dalla campagna delle Gallie. Si chiamava Idrione e viveva nella suburra di Roma. Si distinse in guerra talmente, uccidendo nemici e procurando bottino, che il Centurione Procolo propose per lui un premio oltre al soldo usuale. Gli fu donato un appezzamento di terra con capanna, 10 pecore e due schiavi nell’agro romano.
Cominciò allora ad occuparsi dei suoi averi conquistati uccidendo e depredando: il suo mestiere. Accrebbe i suoi beni dopo poco vendendo i prodotti risultato del lavoro degli schiavi e delle pecore piuttosto che dal suo. Vendeva i suoi prodotti al doppio di quello che gli costavono. Cosi accrebbe il gregge e incrementò il numero degli schiavi che sosteneva giusto perchè potessero lavorare. Non aveva alcun merito e non possedeva alcuna competenza se non quelle di spadroneggiare, sfruttare e usare prepotenza e furbizia.

Alla sua morte passò i beni ai suoi figli che continuando a sfruttare schiavi e a vendere a più del dovuto consegnarono agli eredi una fortuna in campi,armenti e servi della gleba. Passarono le invasioni barbariche che invece di impoverire i nostri eroi, attraverso inciuci, assassinii e ruberie, mestieri abilmente tramandati, li fecero diventare signorotti del loro territorio con tanto di castello e foresta.
Estesero i loro possedimenti con la violenza e la prepotenza verso i confinanti, facendo pagare a schiavi e coloni le gabelle all’imperatore o al papa mentre passavano secondo la convenienza ora dalla parte dell’uno ora dalla parte dell’altro. Avevano avviato anche una proficua attività commerciale che, dati i loro innati talenti truffaldini, diventò l’attività principale. Vendevano manufatti realizzati sfruttando una manodopera quasi da schiavi,anche se la schiavitù vera e propria stava pian piano scomparendo.
La famiglia crebbe e si trasferì dal centro al nord dove riusci anche a fondare una banca diversificando così le attività,per così dire,speculative. Passò il tempo e i discendenti, eredi a volte incolpevoli (a volte…) di tanto ben di dio, sempre più ricchi, alla fine dell’800 ebbero anche l’idea di avviare un opificio. I servi della gleba si trasformarono in operai ma i padroni erano sempre gli stessi. Per mantenere i patrimoni ereditati senza lavoro occorreva mantenere i profitti senza alcuna remora di tipo sociale e men che meno morale. Attraversarono indenni le lotte operaie, la guerra, la ricostruzione e caddero sempre in piedi per le loro eccezionali abilità trasformiste. Alla metà del secolo scorso la famiglia intraprese anche una parallela attività nell’edilizia e comincio a darsi all’attività finanziaria moltiplicando il grande patrimonio accantonato nel tempo con spericolate speculazioni nel “mercato” che cominciava a caratterizzare il capitalismo moderno. La famiglia ora può anche contare su alcuni membri laureati all’estero,sopratutto avvocati e commercialisti e altri entrati con successo in politica o nell’editoria per garantirsi su tutti i fronti. Parte del patrimonio è già all’estero e anche parte delle attività, per via della mano d’opera: si va dove esiste ancora una specie di servitù della gleba!
Questo è il libero mercato e il capitalismo anche illuminato! E c’è ancora chi crede che un dio decide chi sarà ricco o povero, con buona pace del povero che può aspirare solo alla carità, ad una lotteria o all’ascensore sociale che viaggia sempre con i motori della furbizia e della prevaricazione.

Giuseppe Campagnoli 2013

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